Laici Missionari Comboniani

Un cuore, una missione, una famiglia: i Laici Missionari Comboniani della Provincia del Nord America celebrano la festa di San Daniele Comboni

CLM NAP

Il 10 ottobre, i Laici Missionari Comboniani della Provincia del Nord America (CLM NAP) si sono riuniti per celebrare la festa del nostro amato padre missionario e fonte di ispirazione, San Daniele Comboni. È stata una bellissima giornata di preghiera, comunione e rinnovato spirito missionario, in cui abbiamo celebrato non solo la vita di San Daniele Comboni, ma anche il dono della nostra vocazione condivisa.

Uniti nella preghiera, nonostante la distanza

La nostra celebrazione è iniziata con un incontro mattutino di preghiera su Zoom, che ha riunito membri dei Laici Missionari Comboniani provenienti da diversi luoghi per pregare e rendere grazie per il dono del nostro carisma comboniano. Abbiamo iniziato recitando l’ultimo giorno della nostra novena a San Daniele Comboni, affidando alla sua intercessione la nostra comunità, le nostre vocazioni missionarie e le persone che serviamo.

Consapevoli che non tutti potevano unirsi a noi online, abbiamo dato spazio anche alle voci dei nostri membri assenti. Attraverso le loro riflessioni e i messaggi personali, hanno potuto condividere ciò per cui si sentono grati di essere membri dell’LMC e ciò che San Daniele Comboni significa per loro. Anche se non abbiamo potuto essere tutti fisicamente presenti né collegati contemporaneamente, ci è stato ricordato che continuiamo a essere un’unica famiglia missionaria, unita nella preghiera e nel Sacro Cuore di Gesù.

Il nostro incontro è stato anche un’occasione significativa per guardare al futuro, dando inizio a un nuovo capitolo di formazione permanente. Ispirati dall’esempio di Comboni, abbiamo rinnovato il nostro desiderio di crescere nella fede, approfondire la nostra spiritualità missionaria e continuare a sostenerci a vicenda nella nostra vocazione.

Celebrare insieme nella fede e in comunità

Dopo la nostra preghiera mattutina, abbiamo proseguito la celebrazione con la Santa Messa insieme alla comunità locale della California, rendendo grazie a Dio per la vita e la testimonianza missionaria di San Daniele Comboni.

Abbiamo concluso la mattinata con un gioioso incontro in presenza presso il Centro Missionario Comboniano di Covina (California), insieme al gruppo di giovani adulti «Missionary Souls». Abbiamo condiviso un momento di convivialità, abbiamo celebrato la nostra famiglia missionaria e, naturalmente, ci siamo goduti un po’ di torta! È stato un modo semplice ma bello per concludere la nostra celebrazione, condividendo la gioia della nostra fede e lo spirito di Comboni con la prossima generazione.

Riaccendere il fuoco della missione

Mentre la comunità LMC della NAP prosegue il suo cammino di rinnovamento, questa festa ci ha ricordato che il carisma comboniano è vivo in ciascuno di noi. San Daniele Comboni ha permesso che l’amore del Sacro Cuore di Gesù trasformasse la sua vita e lo inviasse al servizio degli altri. Il suo esempio continua a ispirarci a rispondere generosamente alla chiamata di Dio, riconoscendo la dignità di ogni persona e servendo con il cuore pieno d’amore.

Sebbene la distanza ci separi, restiamo uniti attraverso la nostra vocazione condivisa e il nostro impegno nella missione. Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato, inviato un messaggio, pregato con noi o si sono uniti a noi con lo spirito.

Possa San Daniele Comboni continuare a intercedere per la nostra comunità LMC mentre cresciamo insieme nella fede, rafforziamo i nostri legami di fraternità e rinnoviamo il nostro impegno a servire là dove il Signore ci chiama.

San Daniele Comboni, prega per noi!

Sacro Cuore di Gesù, fa’ che i nostri cuori siano come il tuo!

Rossie Patlan, dell’LMC della NAP

Vescovi comboniani: “È dal cuore che nasce la missione”

Sedici dei 23 vescovi comboniani al servizio delle Chiese locali in Africa e in America Latina si sono riuniti a Roma, dal 16 al 21 settembre, per un incontro di formazione e condivisione, lasciando anche un messaggio alla Famiglia Comboniana in questo tempo di riconfigurazione.

MESSAGGIO DEI VESCOVI COMBONIANI ALLA FAMIGLIA COMBONIANA

“Vedendo le folle, ne sentì compassione” Mt 9,36

Carissimi confratelli e consorelle,

noi, vescovi comboniani, ci siamo incontrati nella Casa Generalizia dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù per un momento di formazione permanente e confronto. Con questa nostra lettera desideriamo anzitutto esprimere la nostra profonda gratitudine per questa occasione di incontro e per l’accoglienza in Casa Generalizia. Essere qui, nella casa che custodisce la memoria e il cammino dell’Istituto, ci permette di condividere non soltanto un momento istituzionale, ma soprattutto una fraternità comboniana che nasce dalla stessa chiamata missionaria.

Vogliamo dire grazie per il dono della vocazione missionaria nei nostri istituti, per il servizio che tanti confratelli e consorelle offrono alla Chiesa nei diversi continenti e soprattutto per la testimonianza di tanti missionari e missionarie che, spesso nel silenzio e in situazioni difficili, continuano a vivere con fedeltà il carisma di Comboni partecipando alla missione di Cristo là dove la Chiesa è chiamata a farsi presenza, ascolto, riconciliazione e speranza.

Vorremmo condividere con voi una parola che ci sembra particolarmente importante per questo momento dei nostri Istituti e della missione: il cuore. Papa Francesco, nella Dilexit nos, ci ha invitato a ritornare al cuore. Non come rifugio intimistico, ma come luogo nel quale la persona ritrova la propria unità, riconosce ciò che veramente conta e si apre all’incontro con Dio e con gli altri. Papa Leone, con la Dilexi te, ha approfondito questo tema parlando della necessità dell’amore verso i poveri. Il mondo ha bisogno, oggi come sempre, di una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare (DT 120). L’amore per i poveri è garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio (DT 103).

È dal cuore che nasce la missione. E forse proprio qui si trova una delle sfide più profonde che oggi abbiamo davanti: rinnovare la missione significa anzitutto lasciarci rinnovare il cuore. In un tempo di cambiamenti epocali, anche i nostri Istituti stanno attraversando trasformazioni profonde e sentono il bisogno di ripensare strutture e modalità operative. La missione ci chiede scelte coraggiose. Ma ogni riorganizzazione acquista il suo vero significato quando nasce dall’ascolto della chiamata di Dio e rimane orientata al bene della missione, senza mai perdere di vista il bene di ogni persona.

Per questo non dobbiamo semplicemente chiederci: come possiamo continuare a fare ciò che abbiamo sempre fatto con meno persone e meno risorse? La domanda più profonda è: che cosa lo Spirito Santo sta chiedendo oggi al carisma comboniano? Quale nuova forma di missione? Quale rinnovata comprensione del nostro modo di essere Chiesa? Quali strutture sono realmente al servizio del Vangelo e quali, invece, rischiano di diventare fini a sé stesse? La riorganizzazione dei nostri Istituti è dunque un cammino necessario da affrontare senza paura e può diventare anche una grazia: l’occasione per ritornare all’essenziale e permettere al carisma ricevuto da Comboni di trovare forme nuove, adeguate alle realtà nelle quali oggi siamo chiamati a vivere. Ci auguriamo che questo cammino si realizzi nello stile della sinodalità, attraverso una rinnovata relazione tra le Chiese locali e gli Istituti di vita consacrata, tra presbiteri e laici, donne e uomini, anziani e giovani.

La missione è partecipazione alla missione di Cristo. E una Chiesa missionaria è una Chiesa che non vive per sé stessa, ma per gli altri. Per questo abbiamo bisogno di una rinnovata comprensione del nostro modo di essere Chiesa. Non possiamo annunciare riconciliazione se le nostre comunità non diventano luoghi di riconciliazione. Non possiamo parlare di pace se non impariamo a custodire la pace nelle nostre relazioni. Non possiamo annunciare la fraternità a un mondo diviso se non diventiamo noi stessi fratelli capaci di ascoltarci, perdonarci e sostenerci.

Per questo vorremmo anche rinnovare insieme un appello per la pace, il disarmo e la riconciliazione. Viviamo in un mondo segnato da guerre, violenza, riarmo, polarizzazioni e paura. In molti dei luoghi nei quali i missionari sono presenti, le popolazioni portano nel corpo e nella memoria le ferite dei conflitti. Come Chiesa non possiamo rassegnarci alla logica della violenza. E noi missionari siamo chiamati a essere artigiani di pace. Il disarmo non riguarda soltanto le scelte politiche e internazionali: interpella anche la conversione del cuore e favorisce una disposizione nonviolenta e pacifica nelle relazioni. Significa disarmare le mani, ma anche le parole, i giudizi, le paure e le diffidenze. Una missione riconciliata può diventare seme di riconciliazione.

Durante il nostro incontro abbiamo incontrato un’altra parola che ci sembra decisiva: la cura. La cura di noi stessi, del fratello, delle comunità ecclesiali a cui siamo mandati, insieme alla cura della casa comune. La cura non è debolezza né ripiegamento su sé stessi, ma è attenzione amorosa alla vita. Siamo consapevoli che la cura è parte essenziale del ministero del vescovo; per questo chiediamo al Signore la saggezza e la delicatezza necessarie per essere padri accoglienti e compagni di cammino delle nostre comunità. La Chiesa ha anche bisogno di missionari che sappiano prendersi cura della propria vita spirituale, della propria umanità, della propria formazione, dell’approfondimento della spiritualità comboniana, della propria salute, delle proprie relazioni e della propria vocazione. Un missionario che non si prende cura di sé rischia, nel tempo, di perdere la capacità di prendersi cura degli altri. Abbiamo bisogno di costruire comunità nelle quali ciascuno possa sentirsi accolto, ascoltato e accompagnato. Abbiamo bisogno di imparare nuovamente che il fratello non è un ostacolo alla missione: è parte della missione stessa. E abbiamo bisogno di prenderci cura del creato, perché nella bellezza della terra possiamo ancora riconoscere qualcosa della bellezza dell’amore di Dio.

Cari confratelli e consorelle, guardando il mondo con il cuore di Cristo, non vediamo più soltanto problemi da risolvere, ma persone da amare, comunità da accompagnare nella fede, ferite da fasciare, bellezza da custodire. I tempi in cui viviamo non sono semplici, ma se il nostro cuore rimane acceso dall’amore di Cristo allora, pur nella nostra povertà, saremo speranza per il mondo. Chiediamo dunque al Signore di rinnovare in noi il cuore missionario di Comboni. Un cuore capace di vedere, di ascoltare, di fare causa comune con chi soffre e con chi gioisce, condividendone le ferite e le speranze.

Vi assicuriamo la nostra preghiera e vi chiediamo di pregare anche per noi, perché possiamo insieme servire il popolo di Dio con umiltà e coraggio.

i Vescovi Comboniani

Celebrazione della festa del nostro fondatore

LMC Ecuador

La Famiglia Comboniana di Guayaquil-Ecuador ha organizzato alcune attività per celebrare il nostro fondatore San Daniele Comboni; così, dal 1° al 9 ottobre di quest’anno, si è svolta la novena presso la P. Verbo Divino, con la partecipazione dei gruppi parrocchiali, sotto la direzione di P. Seraphin Kakwata, MCCJ.

Questi giorni iniziavano con il rosario missionario incentrato sui continenti, seguito dall’Eucaristia e dalla novena con letture degli scritti di Comboni, al fine di accrescere la conoscenza e il carisma non solo dei membri della comunità comboniana, ma anche della comunità parrocchiale.

Per il giorno della festa, sono stati convocati più gruppi parrocchiali, gruppi che fanno parte e collaborano con i comboniani: la Pastorale Afro, i Laici Missionari, Ecopax, Amici della Missione, America Missionaria e Prohuma.

Venerdì 10 ottobre, la messa è stata concelebrata dai padri MCCJ Seraphin Kakwata, Fernando Flores e Vicente Turinawe, che hanno condiviso con tutta la comunità presente dati e storie sulla missione, invitandoci a partecipare più attivamente all’annuncio del Vangelo e all’aiuto alle comunità.

Al termine dell’Eucaristia siamo stati invitati a un agape fraterno con la comunità parrocchiale e abbiamo colto l’occasione per conversare e condividere le nostre esperienze e vicende come famiglia comboniana. P. Vicente Turinawe MCCJ dell’Uganda ha illustrato alcune attività del suo cammino missionario e anche ciò che è stato realizzato nella parrocchia in questo 2025.

Ringraziamo per tutto ciò che abbiamo vissuto e realizzato in questo periodo, che ci consolida come famiglia comboniana e che, in un modo o nell’altro, sta motivando altri a condividere il carisma missionario secondo lo stile di San Daniele Comboni, non solo tra noi che siamo in questo cammino, ma anche tra altri che vogliono far parte di questo apostolato, consapevoli che il nostro lavoro e la nostra azione possono essere quel seme che nei prossimi anni darà i suoi frutti per la missione.

Congratulazioni a tutti i Missionari Comboniani per questa celebrazione, che ci riempie di gioia e ravviva in ciascuno l’amore e l’impegno verso il carisma del nostro Fondatore e il suo ardore per la missione verso i più poveri e bisognosi nei nostri luoghi di azione.

Saluti in Cristo,

Avv. Susana Ortega Delgado, LMC

Messaggio del Consiglio Generale per la Festa di San Daniele Comboni

Comboni

RAVVIVARE IL FUOCO DELLA PASSIONE MISSIONARIA

Cari confratelli,

Comboni

vi salutiamo con la pace e la gioia del Signore Gesù Cristo e vi porgiamo i nostri più affet-tuosi auguri per la solennità di San Daniele Comboni, nostro Fondatore. Questa giornata è un’occasione speciale per noi tutti e per quanti hanno visto le loro vite illuminate dal suo esempio e dalla sua missione.

Due settimane or sono si è conclusa la nostra Assemblea Intercapitolare, inaugurata da una giornata di formazione sul tema “Ravvivare il fuoco per la Missione”. Ne è emersa con forza l’urgenza di rafforzare la nostra unità e di costruire comunità capaci di rispondere alle sfide dei nostri tempi, valorizzando con cura le risorse umane e materiali di cui disponiamo. Al contempo, dobbiamo riconoscere che la nostra identità comboniana necessita di essere custodita e rinsaldata: alcuni confratelli lasciano l’Istituto, altri si ritirano, e ci interroghiamo su dove sia finito oggi il co-raggio di andare là dove altri non osano

Fin dall’inizio siamo stati una famiglia internazionale e multiculturale. Questa diversità non è un semplice dettaglio: è un segno del Regno e una testimonianza che la comunione tra popoli e culture è possibile in Cristo. È un messaggio di speranza per un mondo spesso diviso. Custodire questo dono è oggi più necessario che mai, se vogliamo contrastare il nazionalismo e il tribalismo, che rischiano di insinuarsi anche nelle nostre comunità.

Per affrontare queste sfide, dobbiamo ravvivare il fuoco della nostra passione missionaria. Il fuoco è simbolo di zelo, coraggio e convinzione; ci spinge verso la missione e ci sostiene nei momenti difficili. Gesù Cristo, primo “Missionario del Padre”, affermava: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Anche Comboni richiamava spesso l’immagine di un “cuore caldo di puro amore di Dio”: «Quando il Missionario della Nigrizia ha caldo il cuore di puro amore di Dio, e con lo sguardo della fede contempla il sommo van-taggio e la grandezza e sublimità dell’Opera per cui s’affatica, tutte le privazioni, gli stenti conti-nui, i più duri travagli diventano al suo cuore un paradiso in terra» (Scritti, 2705).

Quando questo fuoco arde in noi, le croci e le difficoltà non ci possono fermare. Un cuore acceso resta fisso sulla meta e non si lascia distrarre dagli ostacoli o dagli insuccessi.

Siamo convinti che una missione come la nostra — i cui frutti spesso non vedremo piena-mente, in cui anni di lavoro possono sembrare vani, e tale da sfidare la logica e talvolta sembrare senza speranza — possa essere portata avanti solo se siamo realmente infiammati dalla passione.

Oggi più che mai sentiamo la chiamata a ravvivare questo fuoco. Molti di noi si sentono stanchi o fragili, e questa fatica colpisce anche le comunità. Per alimentare la fiamma, occorre ri-muovere la cenere e aggiungere nuova legna. Il modo migliore per farlo è tornare al fuoco origina-rio che ardeva in noi quando abbiamo ricevuto la chiamata missionaria comboniana — quei mo-menti in cui la vita di Comboni e la missione dei Missionari Comboniani ci hanno toccato profon-damente.

Ognuno di noi custodisce il ricordo di quando la vita di Comboni ha acceso il suo cuore: for-se è stato il suo altruismo nell’ascoltare la chiamata di Dio, pur essendo figlio unico; o il coraggio di lasciare l’Istituto Mazza per seguire ciò che considerava essenziale; o la perseveranza di fronte alle opposizioni, anche da parte della Chiesa; o ancora la fede tenace durante la perdita dei com-pagni; o la sua convinzione della dignità del popolo africano, il suo indefesso impegno per una tra-sformazione umana integrale, la sua apertura alle culture diverse e la visione profetica della mis-sione.

Qualunque sia stata la scintilla che ci ha illuminato, essa è ancora viva e può ravvivare il no-stro fuoco. Quando lasciamo che arda di nuovo, superiamo stanchezza, indifferenza e abitudini comode; il nostro amore per la missione si rinnova e ci dona forza per affrontare ogni sfida.

E quale momento migliore della festa del nostro Fondatore per riaccendere questa fiamma, ricordando che ci ha donato un’identità unica nella Chiesa e nel mondo come Missionari Combo-niani del Cuore di Gesù?

Buona festa!

Roma, 10 ottobre 2025

Solennità di San Daniele Comboni

Il consiglio generale MCCJ

Un Piano, così antico e così nuovo

Comboni

«Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l’apertura del carcere ai prigionieri, e per proclamare l’anno di grazia del Signore» (Isaia 61,1-2a)

«Il cattolico, avvezzo a giudicare delle cose col lume che gli piove dall’alto, guardò l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della sua Fede; e scorse colà una miriade infinita di fratelli appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comun Padre su in cielo […] Allora, trasportato egli dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota, ed uscita dal costato del Crocifisso per abbracciare tutta l’umana famiglia, sentì battere più frequenti i palpiti del suo cuore» (Scritti, 2742)

Carissimi confratelli, pace e bene nel Signore Gesù, missionario del Padre!

È con profondo senso di gioia e gratitudine che vi salutiamo in occasione della Solennità di San Daniele Comboni. Questa celebrazione ci ricorda che dobbiamo fare “memoria” (anamnesi) sia della vita del Fondatore, vissuta con immensa passione, sia della sua morte, accettata come dono di amore per i più poveri e abbandonati, così che la vita e la missione di ogni suo figlio e figlia spirituale diventino davvero “amore incarnato” nel nostro servizio missionario.

Questo memoriale della nascita alla vita eterna (dies natalis) del nostro santo Fondatore ci sfida ad approfondire il suo carisma, quale eredita viva che ci deve animare in ogni vicenda della missione nel mondo d’oggi come “discepoli missionari” di Gesù, secondo lo stile comboniano.

Di recente, abbiamo ricordato il 160° anniversario dell’esperienza carismatica fondante vissuta da Comboni il 15 settembre 1984 durante il triduo di preparazione alla beatificazione di Margherita Maria Alacoque, mentre pregava presso la tomba di San Pietro a Roma. Fu un’esperienza che lo portò a concepire il Piano per la rigenerazione dell’Africa. Questo Piano non è soltanto un testo, una semplice strategia operativa, o un sogno accarezzato, bensì il frutto di una ispirazione “dall’alto”, cioè dello Spirito Santo, che “chiamava” Comboni e lo inviava a proclamare il Vangelo di Gesù ai più poveri e abbandonati.

Grazie alla sua grande passione per la salvezza degli africani e il suo entusiasmo missionario, con la sua vita egli “diede carne” a tale Piano. Dopo di lui, i suoi missionari e missionarie – autentici “figli e figlie suoi” nel fare proprio il suo sogno – hanno continuato a “incarnare” quel Piano con la loro vita, la loro generosità, il loro spirito di sacrificio e il loro coraggio apostolico. Oggi, noi continuiamo a fare ciò, ampliando e aggiornando l’ispirazione primigenia del Fondatore, non più solo in Africa, ma in tutti i continenti, con lo stesso spirito (carisma), nel mondo dei nostri giorni, abitato ancora da persone e popoli che soffrono, che sono emarginati, sfruttati, vilipesi, vittime di ingiustizie atroci, e perfino uccisi. Negli ultimi mesi, la situazione in Sudan è diventata particolarmente drammatica a causa di un conflitto che sembra non finire.

Siamo “eredi” di un vero e proprio tesoro, “ispirato e vivo” più che mai. E ci fa bene richiamare di nuovo al cuore le principali intuizioni di quel Piano. Ne voglio elencare alcune.

Innanzitutto, la convinzione che l’evangelizzazione dell’Africa deve essere realizzata dagli stessi africani, che non possono rimanere semplici spettatori, ma devono diventare protagonisti di una propria storia nuova di liberazione e di dignità.

Secondo, l’accorato appello rivolto a tutta la Chiesa perché s’impegnasse nella sua totalità a promuovere l’evangelizzazione dell’Africa, chiamando a raccolta e all’impegno tutte le forze missionarie esistenti nel mondo di quel tempo e invitandole a cooperare in un vero spirito sinodale.

Terzo, la visione di missione come un binomio inscindibile di “proclamazione del Vangelo” e “promozione umana”. Dovettero trascorrere 100 anni prima che la Chiesa convocasse il Concilio Vaticano II (1962-65) e papa Paolo VI annunciasse la regolare convocazione del sinodo dei vescovi (1965). Il terzo Sinodo, nel 1971, ha prodotto un documento molto forte, capace di sostenere l’azione attiva della Chiesa nei riguardi delle problematiche della giustizia e della pace a livello globale. Splendidamente coraggiosa e profetica la seguente affermazione dei vescovi: «L’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo» (La giustizia nel mondo, 6).

Non possiamo mancare di cogliere la profezia, l’attualità e l’urgenza della proposta missionaria formulata nel Piano, caratterizzata da autentico spirito missionario e da strategie valide anche per il nostro tempo e per la nostra umanità di oggi. Non è indebito avvertire nella visione di Comboni una vera sintonia anche con la tematica del Sinodo sulla Sinodalità in svolgimento in questi giorni a Roma e che noi, odierni figli del Comboni, siamo chiamati a fare nostra.

Tuttavia, per scoprire la ricchezza della visione del Piano e farla diventare operativa nella nostra vita, dobbiamo assumere l’atteggiamento di preghiera profonda e di docilità allo Spirito che aveva il Fondatore. Chiediamo allo Spirito Santo che scenda su di noi come scese su di lui, capacitandolo a “vedere l’ora dell’Africa” e ad avvertire dentro di sé un incontenibile desiderio di dedicare tutto sé stesso come “dono gratuito” a una nuova missione africana che rispondesse alle urgenze e sfide del suo tempo.

Si tratta, in fin dei conti, di aver il coraggio di ripartire sempre dal Signore, di essere spinti dal suo Spirito, senza mai cadere nella tentazione della autoreferenzialità, che non solo impoverisce la missione, ma anche la distrugge, proprio come ci ricorda le Regole del 1871: «Il Missionario della Nigrizia, spoglio affatto di tutto se stesso, e privo di ogni umano conforto, lavora unicamente pel suo Dio, per le anime le più abbandonate della terra, per l’eternità» (Regole dell’Istituto delle Missioni per la Nigrizia, 1871; Scritti 2702).

È ovvio che il Piano concepito da Comboni, prima di diventare un documento scritto, era anche un sogno e una passione, una forza incontenibile nel suo cuore che debordava in carità. Possiamo dire che il Piano è l’espressione di uno amore tanto genuino e sentito da diventare fonte di missione.

Anche noi abbiamo bisogno di un simile amore! Chiediamoci: quali passioni mi spingono a vivere la missione oggi? Come sobbalza il mio cuore quando m’imbatto in ingiustizie, oppressioni, fredda indifferenza, e i tanti altri mali della nostra società odierna? Nel quotidiano della mia vita, c’è ancora spazio, tempo e apertura a Dio perché lo Suo Spirito entri nel mio cuore e lo sostenga? In che misura il mio amore per i poveri mi obbliga a darmi tutto per loro, suscitando in me una forza tale da trasformare la mia vita in un dono d’amore?

In questo ottobre, “mese missionario”, abbiamo l’opportunità di seguire e vivere il Sinodo dei vescovi. Approfittiamo di queste sperienza di comunione ecclesiale, nell’ascolto sincero, nella accoglienza fraterna e nel camminare insieme, consapevoli che lo Spirito che inspirò Comboni può ispirare anche noi e aiutarci a vincere le nostre debolezze e produrre frutti che siano espressione della preoccupazione perenne che Dio ha per tutti i suoi figli e figlie, soprattutto i più deboli e sofferenti.

Chiediamo per la nostra Famiglia Comboniana il dono di essere riempita di un amore che diventi reale, come risposta concreta alle sfide della missione d’oggi, disposta sempre a fare causa comune con i poveri.

Auguri a tutti in questa gioiosa solennità!

Roma, 10 ottobre 2024

Il Consiglio Generale MCCJ