Laici Missionari Comboniani

Fr. Alberto Parise: “Quale metodologia per la chiesa ministeriale?”

Alberto Parise
Alberto Parise

Nella serie di condivisioni e riflessioni che proponiamo in quest’anno dedicato alla ministerialità, non può mancare uno spunto sulla questione metodologica. In Evangelii gaudium (EG 24), papa Francesco illustra con cinque verbi gli elementi salienti di un agire ministeriale: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare, festeggiare. Ma dal punto di vista pratico, come si può mettere in pratica tutto questo in modo organico, sistematico? In questa riflessione suggeriamo che la metodologia del ciclo pastorale sia un patrimonio ecclesiale che molto ha da offrire a questo proposito.

Il ciclo pastorale

Il ciclo pastorale è un’evoluzione del metodo della “revisione di vita” messo a punto da Joseph Cardijn negli anni 1920, noto anche come “vedere – giudicare – agire”. Il presbitero belga, che veniva da una formazione sociopolitica, aveva sviluppato questo approccio nel contesto del suo ministero con il movimento della gioventù operaia cristiana, per un accompagnamento dei giovani in ambienti in cui proliferava l’orientamento socialista e comunista, con pregiudizi anticlericali. Aveva intuito, infatti, la necessità di un metodo adatto alla pastorale di una Chiesa in uscita.

La grande intuizione di Cardijn è stata quella di collegare scienze sociali e ministero pastorale, in un processo integrato. Nel tempo, questa metodologia si è diffusa in tutto il mondo cattolico, fino ad essere ufficialmente riconosciuta nell’enciclica Mater et magistra (1961) come la metodologia della pastorale sociale (n° 217 nella versione italiana dell’enciclica – curiosamente si trova al n° 236 della versione inglese del testo). In seguito, trova fortuna in America Latina, grazie al movimento della teologia della liberazione e continua a diffondersi in contesti diversi, adattandosi a luoghi e tempi particolari. Così oggi questa metodologia è conosciuta con nomi diversi (circolo pastorale, o ciclo, o spirale, ecc.) e viene articolata in quattro, cinque o anche sei fasi, ma fondamentalmente si tratta dello stesso metodo. Lo schema di base rimane quello del vedere – giudicare – agire. Ma poi si aggiunge un primo momento di inserzione, passaggio fondamentale per un approccio ministeriale. A questo fanno seguito l’analisi socioculturale (vedere), che fa uso delle scienze umane e sociali, e la riflessione teologica (giudicare), in cui ci si confronta con il Vangelo e la tradizione sociale della Chiesa. La fase dell’agire, poi, può venire formalmente articolata in vari passaggi per sottolineare l’importanza di alcuni aspetti che spesso vengono dimenticati o trascurati, come ad esempio la verifica e la celebrazione.

Attualità del ciclo pastorale: la forza dell’inserzione

Oggi è evidente che questa metodologia è preziosissima non solo per la pastorale sociale, ma per una qualsiasi iniziativa di tipo ministeriale. Anzitutto perché l’accompagnamento pastorale richiede di sviluppare relazioni che generano vita, di vedere l’esperienza umana, le situazioni, le problematiche della gente dal loro punto di vista, con empatia. Soprattutto, è fondamentale il saper cogliere il punto di partenza per un accompagnamento che porti alla rigenerazione delle persone e delle comunità, che generalmente è legato al loro vissuto, alla motivazione ed energia emotiva che può generare, e alla criticità della situazione. È grazie all’inserzione che un agente pastorale è in grado di cogliere tutto questo, di prendere l’iniziativa, uscire verso le periferie umane ed esistenziali e coinvolgersi. Dal punto di vista comboniano, l’inserzione è una caratteristica carismatica (cfr. Ratio missionis), in cui si esprime il fare causa comune e si coglie l’ora di Dio nel contesto in cui si svolge il ministero, specialmente nelle situazioni di crisi.

Un’analisi socioculturale che risveglia la speranza

Qui si innesta l’accompagnamento pastorale, da intendersi nella linea di rendere la gente protagonista del proprio cammino, superando paternalismi e situazioni di dipendenza (cfr. la rigenerazione dell’Africa con l’Africa). Si tratta di camminare con la gente verso una rigenerazione nel Risorto, un cammino di trasformazione che nasce dalle situazioni particolari in cui ci si trova. Situazioni che vanno comprese non solo al livello dei sintomi, ma delle cause profonde dei problemi. Quando una comunità, un gruppo umano non percepisce con chiarezza le cause della propria condizione di disagio, o di povertà, non è in grado di influenzarla significativamente e tende a scoraggiarsi, a rassegnarsi, a ripiegarsi nel proprio intimo per riconquistare un proprio spazio di controllo nella propria vita. Inoltre, rende appetibili grandi semplificazioni, letture fuorvianti della realtà, strumento oggi usatissimo per manipolare le persone in una logica di dominio. Ma quando comprende criticamente la propria condizione ed il contesto globale, rinasce la speranza e si riappropria del proprio potere di cambiare le cose.

La riflessione teologica: chiave della trasformazione

La fase di analisi aiuta anche a far emergere le proprie contraddizioni e dilemmi, che offrono un ottimo punto di partenza per una riflessione sull’esperienza, in chiave di fede, che completa il discernimento. Questa è la riflessione teologica che caratterizza il ciclo pastorale e che risulta in una decisione di intraprendere un corso d’azione. È davvero il punto di svolta del cammino di rigenerazione nel Risorto, un dono di grazia. Ed è anche il luogo in cui avviene il dialogo tra l’esperienza, il vissuto della gente, e le prospettive di senso che la guidano, che interpretano eventi e situazioni: un dialogo tra i valori culturali, una cosmo-visione e il Vangelo, o anche un processo che offre le condizioni per un’incarnazione del Vangelo. Si tratta di un momento propizio per la conversione del cuore, per la consapevolezza di un incontro autentico con il Risorto, scoprendo così anche una vocazione a rispondere alla situazione su cui si è riflettuto.

Come emerge anche nel Piano di Comboni (S 2742), questa riflessione porta a guardare alla realtà con gli occhi della fede e a rispondere con determinazione, concretezza e profezia agli inviti dello Spirito.

Lo stile collaborativo dell’azione

La fase dell’azione, infine, è piuttosto articolata. Solitamente richiede una programmazione e alle volte può anche richiedere tempo ed energie per attrezzarsi in modo da acquisire o sviluppare le necessarie competenze. L’accompagnamento ministeriale, infatti, richiede di facilitare una continua formazione e organizzazione dei gruppi e comunità con le quali si condivide il cammino, che è tanto più efficace quanto più è partecipato, a partire dalla stessa programmazione. È bene che questa preveda i meccanismi di monitoraggio e verifica, che altrimenti vengono facilmente dimenticati o ignorati.

L’approccio ministeriale si fonda sulla collaborazione di equipe pastorali, sulla sinodalità, sul fare rete e su di uno stile di servizio, tutto in un’ottica di processo condiviso. Chiaramente tutto questo non s’improvvisa, richiede organizzazione e atteggiamenti di apertura, umiltà e fiducia. Non è sufficiente agire, ma bisogna anche riflettere assieme su quello che si fa, su come lo si fa, sui risultati dell’azione, su quello che si sta imparando e soprattutto sulla presenza e azione di Dio lungo tutto il percorso. È nel momento della celebrazione che tutto questo emerge, si approfondisce, si arricchisce di nuova consapevolezza, di nuovi doni, di rinnovata ispirazione, come anche della possibilità di rigenerare relazioni e costruire comunione. Così si festeggia la vita donata e ricevuta lungo il percorso, che non significa tanto “celebrare dei successi”, quanto riconoscere che “le opere di Dio nascono ai piedi della croce”. Di qui viene lo slancio per inaugurare un ulteriore ciclo ministeriale.

In conclusione, si impongono due considerazioni: anzitutto il fatto che il ciclo pastorale, come metodologia ministeriale, richieda delle competenze che vanno acquisite e sviluppate. Non che tutti debbano sapere tutto, ma in un contesto di equipe ministeriale è bene che si riesca a padroneggiare un insieme articolato di strumenti, una sorta di “cassetta degli attrezzi”. E poi dobbiamo chiederci come possiamo facilitare l’acquisizione di queste competenze sia a livello di formazione di base, sia in missione, in un contesto di formazione permanente che tenga conto della specificità delle situazioni e dei bisogni.

Fr. Alberto Parise mccj

SIAMO MISSIONE: testimoni di ministerialità sociale nella famiglia comboniana

Libros
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“Vi raggiungiamo con un saluto cordiale e fraterno, mentre desideriamo condividere con voi quanto segue. La nostra Famiglia Comboniana (MCCJ-LMC-SMC-SCM) ha una antica e preziosa tradizione di impegno in varie attività pastorali con una forte dimensione sociale. Abbiamo anche una storia consolidata – 12 anni – di partecipazione al Forum Sociale Mondiale e al Forum Comboniano…”

“Il Forum Comboniano 2018, tenutosi a Salvador de Bahia (Brasile) in occasione del Forum Sociale Mondiale, i partecipanti suggerirono una proposta mirata a creare uno spazio di riflessione comune per tutti i membri della Famiglia Comboniana impegnati in attività di ministerialità sociale. Per realizzare tale lettura alla luce del Vangelo e del nostro Carisma specifico, proposero di fare un’analisi e una valutazione di tutte le attività che ci vedono impegnati in questa area. Nel nostro recente incontro dei due Consigli Generali in Aprile 2019 e delle Direzioni Generali dei quattro rami della Famiglia Comboniana in giugno 2019, abbiamo accolto favorevolmente questa proposta e per la sua attuazione abbiamo ritenuto opportuno creare una commissione che potesse redigere una tabella di marcia e coordinare le varie attività che ruotano attorno alla proposta originaria.”

La commissione nominata è formata da

Daniele Moschetti, (danielemoschetti15@gmail.com), mccj

Sr. Hélèn Israel Soloumta Kamkol (isralvi@yahoo.fr), smc

Marco Piccione (Venegono): (marcopiccione78@gmail.com), lmc

Sr. Maria Teresa Ratti (mtratticms@gmail.com), smc

Fernando Zolli (combonifi@gmail.com), mccj

Ma questo post vuole soprattutto darvi la buona notizia che è stato completato ed è ora disponibile, il secondo volume del libro sul ministero sociale della famiglia comboniana intitolato “SIAMO MISSIONE: testimoni di ministerialità sociale nella famiglia comboniana “, che presenta, con informazioni più dettagliate, alcuni progetti in cui sono coinvolti padri, fratelli, sorelle, secolari o laici e che sono stati considerati particolarmente significativi per illustrare i metodi e lo stile per vivere l’aspetto del carisma comboniano che prevede un impegno sociale concreto. Accanto alla presentazione di questi progetti, ci sono alcune riflessioni dei testimoni che saranno sicuramente in grado di aiutare nella riflessione e nel discernimento su questi temi che sono così importanti e, direi, caratterizzanti del nostro essere comboniani.

Il libro è disponibile in quattro lingue (italiano, inglese, francese e spagnolo). Sarà distribuito nelle case comboniane ma alcune copie saranno riservate ai laici.

Sfortunatamente, l’ultima attività prevista per la commissione, vale a dire la partecipazione al WSF inizialmente prevista per il 2020, non si è potuta ancora realizzare. Infatti, a causa della triste situazione sanitaria che sta colpendo il mondo intero, il forum è stato rinviato al 2021.

Invece, il forum della famiglia comboniana di solito in programma immediatamente dopo il WSF, si è deciso di farlo in un altro periodo. Al momento, è stato fissato dal 12 al 16 dicembre 2020.

Sperando che lo strumento del libro ci aiuti nella nostra missione quotidiana e nel sentirci ancora più uniti come famiglia per il dono che abbiamo ricevuto del carisma comboniano, vi salutiamo e vi inviamo i nostri migliori auguri e preghiere affinché anche da questo momento difficile possiamo uscire più fortificati nella fede e nella certezza di essere accompagnati da un Dio che cammina con noi.

Marco Piccione, LMC

Messaggio in occasione della Solennità del Sacro Cuore di Gesù

SC

Formarsi è configurarsi al Cuore di Gesù Buon Pastore

SC

“Qual è il tuo nome?… Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te” (Marco 5,9ss)

“Nel mistero del Cuore di Cristo, il comboniano contempla, nella loro espressione più piena, gli atteggiamenti interiori di Cristo e li assume: la sua donazione incondizionata al Padre, l’universalità del suo amore per il mondo e il suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini” (RV 3.2)

“La formazione deve operare prioritariamente sulle motivazioni interiori e deve educare ad affrontare con creatività, competenza e malleabilità le sfide che emergono dalle nuove situazioni” (Ratio Fundamentalis 113)

Carissimi confratelli,

In comunione con tutta l’umanità, quest’anno celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù in un contesto particolare segnato dalla pandemia del COVID-19 che sta tuttora causando tanta tragedia e tanto dolore nel mondo intero. Con fiducia in Dio, rivolgiamo a tutto l’Istituto l’invito a contemplare il Cuore di Gesù aprendo i nostri cuori al mistero del suo amore affinché questo mistero possa toccarci profondamente, liberarci da tutte le forze che ci tengono rinchiusi o isolati e aiutarci ad essere fedeli alla nostra consacrazione e missione.

Come discepoli missionari entriamo nella scuola del Cuore di Gesù che nella sua umanità ci rivela il Cuore di Dio – il Cuore del Buon Pastore che esce, si avvicina ai poveri, ai sofferenti e agli emarginati invitandoli ad uscire dal loro isolamento, dalla loro incomunicabilità, abilitati ad una comunicazione e ad un incontro di qualità con Dio, con gli altri e con il creato. Si tratta di partecipare all’amore che sempre si comunica, sempre comunica e che, se viene ricevuto dall’amato, sempre dà vita, fa crescere ed educa nel senso del latino educere che significa far emergere ciò che c’è di meglio nell’essere umano.

È importante notare che questo incontro con Cristo mette in moto un processo di conversione, di formazione e trasformazione o, meglio ancora, di “Cristificazione” che dura tutta la vita e che deve toccare il cuore. Il contenuto della nostra formazione iniziale e permanente è la santità e la trasformazione della persona in Gesù Cristo per il duplice orientamento complementare della sequela e imitatio Christi. Dunque, il convertirsi in un altro Cristo è per noi un privilegio della misericordia e grazia di Dio e, al contempo, una responsabilità che impegna alla coerenza di vita con la domanda pressante e incessante: “Che avrebbero fatto Cristo e Comboni in questa mia stessa situazione storica?”.

È Cristo con il suo cuore misericordioso che prende l’iniziativa e ci viene incontro chiedendo a ognuno di noi Qual è il tuo nome?”,come ha fatto con l’indemoniato nel passo citato sopra.Conoscere il nome di qualcuno, secondo la mentalità ebraica, significa entrare nel profondo della sua realtà personale. Questa domanda mostra il suo interesse per noi come persone amate da Dio e ci aiuta, da una parte, a fare una rilettura di ciò che c’è dentro e attorno a noi per scoprire ciò che ci sta a cuore, chi siamo realmente e, dall’altra, ci manifesta il Cuore di Cristo pieno di amore, compassione, accoglienza e tenerezza.

In quanto Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, nel cammino della formazione inziale così come in quello della formazione permanente, coltivare, approfondire, contestualizzare la nostra spiritualità del Cuore di Gesù rimane l’impegno personale e dell’Istituto, affinché tutta la nostra vita aderisca sempre più al “programma” contenuto nel nostro nome.

È Cristo che, con il suo cuore accogliente, mostra piena fiducia nell’altro, in qualsiasi situazione si trovi, lo valorizza e lo restituisce alla comunità, alla sua casa, simbolo del luogo della speranza, della cordialità e del calore umano. La vita è fatta di comunicazione e relazione di qualità. San Daniele Comboni parla dell’Istituto “come Cenacolo di Apostoli, un punto luminoso che manda altrettanti raggi che splendono, riscaldano, e rivelano insieme la natura del Centro da cui emanano” (cfr. Scritti 2648). L’augurio è che il Cuore di Gesù sia veramente il Centro di comunicazione tra tutti i confratelli e che possiamo fare della comunicazione fraterna uno strumento per costruire ponti, per unire e condividere la bellezza di essere fratelli in missione in un tempo segnato da contrasti, divisione e indifferenza.

In fine, riflettendo quest’anno sul tema della ministerialità nell’Istituto, preghiamo perché la contemplazione del Cuore di Gesù possa aiutarci a vivere la missione non superficialmente come un ruolo da svolgere ma come servizio al Regno di Dio e come espressione di un processo di kenosi e di decentramento. Buona Solennità del Sacro Cuore di Gesù a tutti voi!

Il Segretario Generale della Formazione e il Consiglio Generale MCCJ

La ministerialità nel magistero della Chiesa

P Steffano
P Steffano

Possiamo provvisoriamente definire la ministerialità come la presenza trasformativa della Chiesa a tutti i livelli e di tutte le dimensioni della società. La ministerialità indica quindi un servizio della Chiesa al mondo contemporaneo, attraverso una presenza diffusa nella società, come il lievito nella pasta, che la trasforma verso l’ideale del Regno di Dio. La ministerialità va oltre il confine della Chiesa verso la società in generale, dove i cristiani vivono ed esprimono la loro fede nel lavoro quotidiano.

Sappiamo come questa presenza nella società sia cambiata nel corso dei secoli, così come la sua concettualizzazione nel magistero della Chiesa. Siamo passati da modelli separatisti, cercando di creare una società alternativa, santa, a una comprensione più recente di una Chiesa immersa e incarnata nel mondo, ma non del mondo. Anche il concetto e la pratica della ministerialità hanno seguito lo stesso percorso di trasformazione. Stiamo passando dal potere al servizio; dai ministeri quasi esclusivamente focalizzati sulla Chiesa all’accettazione del fatto che l’azione pastorale per il cambiamento sociale è più ampia della Chiesa, oltre i confini delle comunità cristiane formali.

Non c’è bisogno di dire che, in questo processo di rinascita della ministerialità, il Vaticano II ha rappresentato una pietra miliare. La Chiesa ha cambiato radicalmente la concezione che aveva di sé stessa, passando dall’essere una fortezza sotto assedio o un’arca in acque tormentate ad essere una comunità di discepoli, un “popolo di Dio” nel mondo contemporaneo (cfr. Gaudium et Spes). La visione del Vaticano II ha avuto un impatto enorme su tutti i ministeri della Chiesa. L’appartenenza alla Chiesa non si misurava più sull’ordinazione sacerdotale e sulla sottomissione ai ministri ordinati, ma sul battesimo. Tutte le forme di apostolato laicale, in tutti gli aspetti della vita della Chiesa, da parte di qualsiasi membro della Chiesa – sia laico che ordinato – derivano dal battesimo, e sono una partecipazione diretta alla missione salvifica della Chiesa (Lumen Gentium 33).

Non deve essere una sorpresa, quindi, che l’evento del Vaticano II e le sue conseguenze abbiano visto l’emergere di nuovi movimenti nella Chiesa, tutti legati a potenziali nuovi ministeri: il movimento liturgico, il movimento biblico, il movimento per la pace e i diritti umani, il movimento ecumenico. A questo si aggiunge l’emergere di una coscienza e di una competenza completamente nuova dei laici nella società. Paolo VI ha esteso i ministeri centrali della Parola (ufficio del lettore) e dell’Altare (ufficio dell’Accolitato) a tutti i laici, ora conferiti non per ordinazione, ma per istituzione, in modo da distinguerli molto chiaramente dal sacramento del sacerdozio (Ministeria Quædam, 1972).

Negli anni travagliati dopo il Concilio Vaticano II, i movimenti laici ecclesiali sono cresciuti d’importanza, soprattutto durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Essi incarnavano lo spirito del Concilio, cioè la presenza dei laici nella società, alla base di una certa indipendenza dalla Chiesa tradizionale e territoriale. I laici non si riunivano più, o non solo, secondo un territorio (la parrocchia tradizionale), ma più secondo altri criteri come la professione, la cultura religiosa, la spiritualità. Questi movimenti erano la presenza trasformativa diretta della Chiesa nella società, fondata sullo spirito del Vaticano II. Tuttavia, alcuni di essi erano progressisti, aperti al nuovo, in un dialogo onesto con il mondo contemporaneo, pronti a uno scambio reciproco per la crescita collettiva. Altri, invece, erano nostalgici di un passato in cui c’era una presenza più visibile della Chiesa nella società come chiaro punto di riferimento e guida morale. La teologia e la pratica pastorale post-Vaticano II non sono riuscite a eliminare o a ridurre la tensione storica sulle diverse modalità della presenza della Chiesa nel mondo.

L’avvento di Papa Francesco e del suo pontificato può essere considerato un’altra pietra miliare nello sviluppo di una nuova coscienza cristiana e della presenza della Chiesa nel mondo di oggi. Alcuni studiosi definiscono Francesco come il primo Papa veramente post-Vaticano II, nel senso che incarna totalmente lo spirito e la teologia del Concilio. Era chiaro dall’inizio del suo pontificato, in quella sera della sua elezione, quando dalla Loggia di San Pietro chiese al popolo di pregare per lui e di benedirlo. Fu un luminoso “momento del Vaticano II”, un momento di magistero non in forma scritta, ma nella vita (M. Faggioli).

Diversi aspetti della vita e dell’insegnamento di Francesco segnano una nuova coscienza della Chiesa su sé stessa e sul suo ruolo nella società. Per ragioni di spazio, ne citerò solo alcuni.

Il primo è un richiamo a creare una nuova mentalità: da un’esperienza unica di Dio come Amore a una nuova visione della Chiesa come luogo in cui questo Amore diventa visibile, inclusivo, incondizionato ed efficace misericordia. In una tale Chiesa, cominciamo a pensare “in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni” (Evangelii Gaudium, 188). Un tale atteggiamento porta necessariamente a “una nuova mentalità politica ed economica che aiuterebbe a superare la dicotomia assoluta tra l’economia e il bene comune sociale” (Evangelii Gaudium, 205).

La metodologia che Francesco propone è “di iniziare processi più che di possedere spazi” (Evangelii Gaudium, 223): la visione e il servizio sono più importanti dell’autoaffermazione e del potere. Quindi, la ministerialità (il servizio della Chiesa all’umanità) non è altro che l’attuazione della visione: una Chiesa con un sistema ministeriale incentrato non sul potere che scaturisce da un ruolo (il sacerdozio) ma su un modo comune di essere (la vocazione battesimale) e su un percorso comune (determinato dall’immaginazione profetica della Chiesa).

La ministerialità richiede complementarietà e collaborazione. Questo è ben espresso nella parola sinodalità. Viaggiare insieme, “sinodalità”, è l’altra caratteristica fondamentale della Chiesa immaginata da Francesco. I sinodi esistevano già prima di Francesco, ma egli ha dato loro un nuovo potere e un nuovo ruolo, rendendoli eventi di vera comunione e di discernimento ecclesiale (Episcopalis Communio, 2018). Alcuni dicono che la sinodalità è il vero cambiamento di paradigma del suo pontificato; indubbiamente è un elemento costitutivo della Chiesa. Fa appello alla conversione e alla riforma all’interno della Chiesa stessa, per diventare una Chiesa più attenta all’ascolto. Offre anche nuovi spunti per la società nel suo insieme, “il sogno che la riscoperta della dignità inviolabile dei popoli e della funzione di servizio dell’autorità potranno aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell’uomo per le generazioni che verranno dopo di noi” (Francesco, Discorso alla cerimonia di commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 2015).

L’apertura al sogno di una nuova società coinvolge non solo ogni battezzato, ma anche ogni persona di buona volontà che desidera e agisce per la giustizia, la pace e la cura del creato. La condivisione di questa sete di giustizia e il riconoscimento di ciò che gli attivisti sociali stanno già facendo è stato il leitmotiv dei messaggi di Papa Francesco ai rappresentanti dei movimenti popolari, durante i loro Incontri Mondiali (2014-2017). Ancora una volta, Francesco ha ricordato l’idea di camminare insieme (sinodo), sostenendo la lotta dei movimenti popolari. È l’immagine di una Chiesa sinodale e ministeriale, al servizio dell’umanità, che riconosce il ministero di molte persone di diverse religioni, mestieri, idee, culture, paesi, continenti, e rispetta la diversità di ciascuno. Francesco ha usato l’immagine del poliedro (immagine usata anche nella Querida Amazonia, 2020): essa “riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso conservano l’originalità. Nulla si dissolve, nulla si distrugge, nulla si domina, tutto si integra” (Messaggio ai movimenti popolari, 2014). È lo stesso cambiamento iniziato dal Vaticano II, da una struttura piramidale della Chiesa a una struttura comunitaria, in cui ogni ricchezza è riconosciuta e apprezzata nella sua diversità.

In sintesi, l’idea di ministerialità si fonda su una chiara comprensione della Chiesa e su una prassi identificabile nel, per e con il mondo, caratterizzata dal dialogo, dall’apertura e dalla disponibilità a riconoscere, ad imparare e a camminare insieme a qualunque persona di buona volontà impegnata nella trasformazione della società.

P. Stefano Giudici, mccj