Laici Missionari Comboniani

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale 2020

Papa Francisco

«Eccomi, manda me» (Is 6,8)

Papa Francisco

Cari fratelli e sorelle,

Desidero esprimere la mia gratitudine a Dio per l’impegno con cui in tutta la Chiesa è stato vissuto, lo scorso ottobre, il Mese Missionario Straordinario. Sono convinto che esso ha contribuito a stimolare la conversione missionaria in tante comunità, sulla via indicata dal tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”.

In questo anno, segnato dalle sofferenze e dalle sfide procurate dalla pandemia da covid 19, questo cammino missionario di tutta la Chiesa prosegue alla luce della parola che troviamo nel racconto della vocazione del profeta Isaia: «Eccomi, manda me» (Is 6,8). È la risposta sempre nuova alla domanda del Signore: «Chi manderò?» (ibid.). Questa chiamata proviene dal cuore di Dio, dalla sua misericordia che interpella sia la Chiesa sia l’umanità nell’attuale crisi mondiale. «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: “Siamo perduti” (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme» (Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020). Siamo veramente spaventati, disorientati e impauriti. Il dolore e la morte ci fanno sperimentare la nostra fragilità umana; ma nello stesso tempo ci riconosciamo tutti partecipi di un forte desiderio di vita e di liberazione dal male. In questo contesto, la chiamata alla missione, l’invito ad uscire da sé stessi per amore di Dio e del prossimo si presenta come opportunità di condivisione, di servizio, di intercessione. La missione che Dio affida a ciascuno fa passare dall’io pauroso e chiuso all’io ritrovato e rinnovato dal dono di sé.

Nel sacrificio della croce, dove si compie la missione di Gesù (cfr Gv 19,28-30), Dio rivela che il suo amore è per ognuno e per tutti (cfr Gv 19,26-27). E ci chiede la nostra personale disponibilità ad essere inviati, perché Egli è Amore in perenne movimento di missione, sempre in uscita da sé stesso per dare vita. Per amore degli uomini, Dio Padre ha inviato il Figlio Gesù (cfr Gv 3,16). Gesù è il Missionario del Padre: la sua Persona e la sua opera sono interamente obbedienza alla volontà del Padre (cfr Gv 4,34; 6,38; 8,12-30; Eb 10,5-10). A sua volta Gesù, crocifisso e risorto per noi, ci attrae nel suo movimento di amore, con il suo stesso Spirito, il quale anima la Chiesa, fa di noi dei discepoli di Cristo e ci invia in missione verso il mondo e le genti.

«La missione, la “Chiesa in uscita” non sono un programma, una intenzione da realizzare per sforzo di volontà. È Cristo che fa uscire la Chiesa da se stessa. Nella missione di annunciare il Vangelo, tu ti muovi perché lo Spirito ti spinge e ti porta» (Senza di Lui non possiamo far nulla, LEV-San Paolo, 2019, 16-17). Dio ci ama sempre per primo e con questo amore ci incontra e ci chiama. La nostra vocazione personale proviene dal fatto che siamo figli e figlie di Dio nella Chiesa, sua famiglia, fratelli e sorelle in quella carità che Gesù ci ha testimoniato. Tutti, però, hanno una dignità umana fondata sulla chiamata divina ad essere figli di Dio, a diventare, nel sacramento del Battesimo e nella libertà della fede, ciò che sono da sempre nel cuore di Dio.

Già l’aver ricevuto gratuitamente la vita costituisce un implicito invito ad entrare nella dinamica del dono di sé: un seme che, nei battezzati, prenderà forma matura come risposta d’amore nel matrimonio e nella verginità per il Regno di Dio. La vita umana nasce dall’amore di Dio, cresce nell’amore e tende verso l’amore. Nessuno è escluso dall’amore di Dio, e nel santo sacrificio di Gesù Figlio sulla croce Dio ha vinto il peccato e la morte (cfr Rm 8,31-39). Per Dio, il male – persino il peccato – diventa una sfida ad amare e amare sempre di più (cfr Mt 5,38-48; Lc 23,33-34). Perciò, nel Mistero pasquale, la divina misericordia guarisce la ferita originaria dell’umanità e si riversa sull’universo intero. La Chiesa, sacramento universale dell’amore di Dio per il mondo, continua nella storia la missione di Gesù e ci invia dappertutto affinché, attraverso la nostra testimonianza della fede e l’annuncio del Vangelo, Dio manifesti ancora il suo amore e possa toccare e trasformare cuori, menti, corpi, società e culture in ogni luogo e tempo.

La missione è risposta, libera e consapevole, alla chiamata di Dio. Ma questa chiamata possiamo percepirla solo quando viviamo un rapporto personale di amore con Gesù vivo nella sua Chiesa. Chiediamoci: siamo pronti ad accogliere la presenza dello Spirito Santo nella nostra vita, ad ascoltare la chiamata alla missione, sia nella via del matrimonio, sia in quella della verginità consacrata o del sacerdozio ordinato, e comunque nella vita ordinaria di tutti i giorni? Siamo disposti ad essere inviati ovunque per testimoniare la nostra fede in Dio Padre misericordioso, per proclamare il Vangelo della salvezza di Gesù Cristo, per condividere la vita divina dello Spirito Santo edificando la Chiesa? Come Maria, la madre di Gesù, siamo pronti ad essere senza riserve al servizio della volontà di Dio (cfr Lc 1,38)? Questa disponibilità interiore è molto importante per poter rispondere a Dio: “Eccomi, Signore, manda me” (cfr Is 6,8). E questo non in astratto, ma nell’oggi della Chiesa e della storia.

Capire che cosa Dio ci stia dicendo in questi tempi di pandemia  diventa una sfida anche per la missione della Chiesa. La malattia, la sofferenza, la paura, l’isolamento ci interpellano. La povertà di chi muore solo, di chi è abbandonato a sé stesso, di chi perde il lavoro e il salario, di chi non ha casa e cibo ci interroga. Obbligati alla distanza fisica e a rimanere a casa, siamo invitati a riscoprire che abbiamo bisogno delle relazioni sociali, e anche della relazione comunitaria con Dio. Lungi dall’aumentare la diffidenza e l’indifferenza, questa condizione dovrebbe renderci più attenti al nostro modo di relazionarci con gli altri. E la preghiera, in cui Dio tocca e muove il nostro cuore, ci apre ai bisogni di amore, di dignità e di libertà dei nostri fratelli, come pure alla cura per tutto il creato. L’impossibilità di riunirci come Chiesa per celebrare l’Eucaristia ci ha fatto condividere la condizione di tante comunità cristiane che non possono celebrare la Messa ogni domenica. In questo contesto, la domanda che Dio pone: «Chi manderò?», ci viene nuovamente rivolta e attende da noi una risposta generosa e convinta: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). Dio continua a cercare chi inviare al mondo e alle genti per testimoniare il suo amore, la sua salvezza dal peccato e dalla morte, la sua liberazione dal male (cfr Mt 9,35-38; Lc 10,1-12).

Celebrare la Giornata Missionaria Mondiale significa anche riaffermare come la preghiera, la riflessione e l’aiuto materiale delle vostre offerte sono opportunità per partecipare attivamente alla missione di Gesù nella sua Chiesa. La carità espressa nelle collette delle celebrazioni liturgiche della terza domenica di ottobre ha lo scopo di sostenere il lavoro missionario svolto a mio nome dalle Pontificie Opere Missionarie, per andare incontro ai bisogni spirituali e materiali dei popoli e delle Chiese in tutto il mondo per la salvezza di tutti.

La Santissima Vergine Maria, Stella dell’evangelizzazione e Consolatrice degli afflitti, discepola missionaria del proprio Figlio Gesù, continui a intercedere per noi e a sostenerci.

Roma, San Giovanni in Laterano, 31 maggio 2020, Solennità di Pentecoste

Franciscus

Due notizie sulla Beatificazione di P. Giuseppe Ambrosoli

Giuseppe Ambrosoli
Giuseppe Ambrosoli

PRIMA NOTIZIA

Il 22 novembre in Uganda, la beatificazione di Giuseppe Ambrosoli,
missionario, medico e «martire»

La Beatificazione di P. Giuseppe Ambrosoli mette in evidenza un testimone della missione tra gli acholi in Uganda, dove ha trascorso i 31 anni del suo servizio missionario. Per noi comboniani un tale evento ci riempie di gioia e allo stesso tempo di responsabilità. La Beatificazione si terrà in terra d’Uganda, Kalongo, il 22 novembre 2020, Solennità di Cristo Re dell’Universo.

Dopo aver sentito il parere del Padre Generale e suo Consiglio; consultato la Chiesa locale di Gulu attraverso il suo Arcivescovo, Mons. John Baptist Odama; la Chiesa locale di Como nella persona del suo Vescovo, Mons. Oscar Cantoni, e anche il parere della famiglia Ambrosoli c’è stato un parere unanime che la Beatificazione avvenga a Kalongo dove P. Giuseppe ha svolto in pienezza e totalmente il suo servizio missionario. La data più significativa è sembrata il 22 novembre, Solennità di Cristo Re dell’Universo. Ora, trattandosi di un atto pontificio, doveva essere consultato il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Card. Giovanni Angelo Becciu, il quale ha convintamente espresso la volontà di presiedere la cerimonia della Beatificazione, proprio per il significato missionario che essa riveste. Naturalmente tutto dovrà essere sottoposto all’approvazione della Santa Sede, la quale si esprimerà con un decreto ufficiale.

La Beatificazione di P. Giuseppe Ambrosoli mette in evidenza un testimone della missione che più volte ha espresso il desiderio di essere sepolto tra i suoi acholi, dove ha trascorso i 31 anni del suo servizio missionario. Per noi comboniani un tale evento ci riempie di gioia e allo stesso tempo di responsabilità. Anzitutto il luogo dove avverrà l’evento, Kalongo (Nord Uganda) che faceva parte del Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale di cui il Comboni fu il primo Vicario Apostolico e inoltre il luogo dove P. Giuseppe Ambrosoli ha espresso il meglio di sé nell’opera dell’ospedale e nella scuola per Ostetriche.

Una continuità significativa dunque dal punto di vista materiale, l’Uganda, estremo lembo del Vicariato dove il Comboni ha invano sognato di arrivare e che ora invece si realizza, attraverso P. Giuseppe, quale primo figlio dell’Istituto a essere beatificato. Significato ancora più pregnante dal punto di vista spirituale, e per una duplice ragione: perché anche P. Ambrosoli, come il nostro santo Fondatore che l’ha preceduto, entra a far parte di quel fondamento nascosto su cui si erge maestosa la Chiesa africana e poi perché riceve ulteriore conferma il metodo inciso indelebilmente nel «Piano»: “Salvare l’Africa con l’Africa”! Molti dunque sono i motivi per ringraziare e continuare con novello slancio missionario per il bene della Chiesa e della società.

SECONDA NOTIZIA

Beatificazione di padre Giuseppe Ambrosoli a Kalongo

Forse può sembrare un annuncio estemporaneo e fuori luogo perché ben altre sono le preoccupazioni del momento. Tuttavia proprio per quello che padre Ambrosoli ha rappresentato in campo sanitario: per le conoscenze e la competenza con cui ha operato e per l’afflato spirituale con cui ha affrontato emergenze e malattie, capiamo quanto la sua figura sia attuale e la sua intercessione necessaria. La beatificazione si farà, sempre coronavirus permettendo, a Kalongo il 22 novembre 2020. Il luogo è altamente significativo: padre Giuseppe, sepolto tra i “suoi”, tra i “suoi” sarà anche glorificato.

Ci sarà la Beatificazione di padre Ambrosoli in Uganda? La domanda ha un senso perché, tenendo presente la situazione di pandemia globale che ha colpito il pianeta, la risposta non può che essere interlocutoria. Si, si terrà a Kalongo il 22 novembre 2020, sempre che il COVID-19 lo permetta. Allo stato dei fatti abbiamo i seguenti documenti a supporto di tale affermazione. La richiesta ufficiale della Postulazione del 28 gennaio 2020 in cui si presenta al Santo Padre la disponibilità del Card. Giovanni Angelo Becciu di recarsi a Kalongo il 22 novembre 2020 a rappresentarlo nella cerimonia di Beatificazione. Di seguito, dietro sollecitazione della Postulazione, la Segreteria di Stato inviava il 16 marzo u.s. una lettera alla Nunziatura di Kampala. In tale documento, per la verità datata 9 marzo 2020, si afferma che il Santo Padre ha deciso che il rito di Beatificazione si farà a Kalongo il 22 novembre 2020 e il suo rappresentante sarà il Card. Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. La lettera è confermata dalla Nunziatura che l’ha inviata all’arcivescovo di Gulu, Mons. John Babtist Odama, il 17 u.s.. In una E-mail del 23 marzo il Vicario Generale della Diocesi di Gulu, mons. Matthew Odong, conferma la recezione della lettera: «At this point, it is very clear that the rite of beatification of the Servant of God Father Doctor Giuseppe Ambrosoli will take place “SACRED HEART” KALONGO PARISH». Di fatto poi l’Arcivescovo il 21 e 22 marzo (sabato e domenica) si è recato a Kalongo ed ha annunciato pubblicamente in parrocchia luogo e data dell’evento. “The news has been received with great joy by our people here in the Archidiocese of Gulu». Nel frattempo si sono tenute alcune riunioni con il Consiglio Generale e i provinciali d’Uganda e d’Italia per coinvolgere le rispettive province, compatibilmente ai movimenti condizionati che la situazione del momento permette. A nessuno però sfugge il significato missionario di questa beatificazione che avviene in missione come ultima espressione della missionarietà: lo scambio di doni tra Chiese sorelle e quasi una identificazione in cui credibilmente un missionario, nel nostro caso il prossimo Beato Ambrosoli, è glorificato in mezzo ai “suoi” di Kalongo. Per adesso non cessiamo di invocarlo in un momento così preoccupante dell’umanità, lui che ha affrontato la malattia con illuminata determinazione, ma soprattutto con fede e carità soprannaturali.

IL LUNGO CAMMINO VERSO LA BEATIFICAZIONE

Il cammino della beatificazione di p. Giuseppe è iniziato nel 1999, dodici anni dopo la sua morte, ossia quasi subito dopo che il suo corpo è stato trasportato il 22 agosto 1994 da Lira a Kalongo. Esattamente come accadeva nei primi tempi della Chiesa: ci si è potuti muovere perché la fama di santità e l’ammirazione per p. Giuseppe, il grande dottore dal cuore buono e dalle mani abilissime, ma soprattutto perché l’uomo di Dio, che curava nel corpo e nello spirito, era ancora molto presente nella memoria della gente. La gente del tempo, sia a Kalongo, come a Ronago non aveva dubbi sulla qualità spirituale che p. Giuseppe aveva trasmesso con la sua cura dei sofferenti e l’attenzione riservata alle mamme che dovevano partorire. Padre Giuseppe tutelava sì la vita dei corpi, fin dal loro nascere, ma soprattutto arrivava a guarire l’intimo delle persone.

Così il comboniano, p. Mario Marchetti, poteva sollecitare il vescovo di Gulu, Mons. Martino Luluga, a costituire una Commissione d’investigazione. In seguito, l’Arcivescovo di Gulu che gli era succeduto, Mons. John Baptist Odama, iniziava il processo il 22 agosto 1999 e lo concludeva il 4 febbraio 2001 sul piazzale antistante la chiesa parrocchiale di Kalongo. Allo stesso tempo il vescovo di Como, Mons. Alessandro Maggiolini, il 7 novembre 1999 ascoltava i testimoni che si trovavano a Ronago, e in genere in Italia, chiudendo il processo il 30 giugno 2001.

A quella data si erano potute condurre a termine le sessioni ed ascoltare tutti i 90 testimoni che avevano conosciuto p. Giuseppe. Tra questi 62 laici, 18 missionari e preti diocesani, 10 suore. Tra i laici da notare la folta schiera dei testimoni di Kalongo, di Ronago, paese natale di p. Giuseppe e anche dei 12 medici che con lui avevano operato nell’ospedale della savana. Insomma un’ampia rappresentatività della società civile e religiosa: catechisti, insegnanti, responsabili di comunità, operai, infermieri e infermiere, un capo di polizia e anche un generale, che per un brevissimo tempo era stato Presidente dell’Uganda dopo il secondo Obote. «Per noi – ebbe a dire – la morte del dottor Ambrosoli è come il crollo di un ponte. Ci vorranno molti anni per rimpiazzarlo».

Dai documenti e dalle testimonianze emergeva chiara la vita santa di p. Giuseppe. Riportiamo qui alcune affermazioni significative. All’apertura del Processo, il 22 agosto 1999, Mons. Odama, in una lettera ai vescovi della Provincia Ecclesiastica di Gulu e ai membri della Conferenza Episcopale Ugandese descriveva la figura del Servo di Dio come segue:

«Esempio di eroica carità e di umile servizio alle persone; un grande esempio di zelante missionario dei tempi moderni; modello di prete e di dottore divenuto famoso per la sua intensa spiritualità e per la coscienziosa abilità medica; un attraente e convincente esempio di giovane moderno che ha risposto totalmente alla chiamata di Cristo e alla sua forma di vita». «Dal suo modo di accogliere le persone, di intrattenersi con loro, di consigliarle e di incoraggiarle – depone John Ogaba– si aveva l’impressione di trovarsi davanti a Gesù». Il dottore Luciano Tacconi, che ha lavorato con lui a Kalongo, non ha paura di affermare:«Per me il segreto della “santità” di p. Giuseppe sta nella sua grande semplicità e nell’attaccamento massimo al dovere. Gli altri medici rispettavano e ammiravano molto la professionalità di p. Giuseppe, il quale insisteva anche con me perché, senza fare delle prediche, dessimo il buon esempio come cristiani con l’attaccamento al lavoro e nel rispetto della dignità delle persone»: Allora prezioso è quanto Mons. Gianvittorio Tajana afferma al processo: «Secondo la mentalità, oggi vigente nella Chiesa, se l’Ambrosoli sarà proclamato santo, sarà il santo della vita ordinaria». Certamente non una vita scialba, ma una vita ordinaria, di ogni giorno, in cui ha fatto costantemente delle cose straordinarie. E non può essere che così quando si incontra uno come p. Giuseppe, come lo ricorda in un sermone Mons. Alessandro Maggiolini, vescovo di Como:«Padre Ambrosoli ha dato volto al Vangelo con la sua vita messa radicalmente al servizio di Cristo, dell’evangelizzazione e degli ultimi»

Il materiale raccolto a Gulu e a Como, sia testimonianze che documenti, giungeva a Roma in Congregazione delle Cause dei Santi nel mese di giugno dell’anno 2001 e il 7 maggio 2004 gli si riconosceva la validità giuridica per ricostruire la vita terrena e provare la santità della persona e dell’opera di p. Giuseppe. Dal 2004 al 2014 ci sono voluti poi complessivamente 10 anni di lavoro che hanno coinvolto il Postulatore della Causa, la Congregazione vaticana, ossia i Teologi, i Cardinali e i Vescovi prima del giudizio definitivo di Papa Francesco, l’unico che poteva decretare le virtù eroiche.

Quindi nel 2009 il Postulatore della Causa faceva stampare la Positio, la quale era consegnata ai Consultori Teologi che nel Congresso Peculiare del 4 dicembre 2014 si esprimevano favorevolmente: 9 su 9. Uno di essi afferma:

«La figura di Giuseppe Ambrosoli gode, e per molti aspetti, di una sua attualità specifica. È stato un religioso, comboniano che si è impegnato a vivere i consigli evangelici e la vocazione missionaria in una professione specifica di stile “laicale”, come è quella del medico chirurgo. L’impegno scrupoloso nell’attività professionale nulla ha rubato alla sua vita di preghiera e alle esigenze della comunità: l’Eucaristia, celebrata e adorata, è sempre stato il centro della sua giornata. Può essere perciò valido modello per i comboniani suoi confratelli, come per ogni religioso e religiosa di vita attiva, ed anche per i membri degli Istituti di vita consacrata. Come medico chirurgo ha molto da dire con il suo esempio ai medici e operatori sanitari, ed è anche motivo di speranza per volontari impegnati in organizzazioni sanitarie, spesso “no profit” e di volontari che soccorrono infermi di malattie spesso contagiose e mortali».

I Padri Cardinali e Vescovi nella Sessione Ordinaria del 15 dicembre 2015, presieduta dal Card. Angelo Amato, riconoscevano che il Servo di Dio aveva esercitato in grado eroico le virtù teologali (fede, speranza e carità), le virtù cardinali (prudenza, giustizia, temperanza e fortezza) e quelle annesse (voti di castità, povertà e obbedienza e l’umiltà). Il Cardinale poi riferiva tutto a Papa Francesco il quale, due giorni dopo il 17 dicembre, sempre del 2015, confermava l’eroicità delle virtù e scriveva un decreto con cui riconosceva al Servo di Dio, Giuseppe Ambrosoli, il nuovo titolo di Venerabile con cui poteva venir invocato.

Secondo Papa Francesco la santità di p. Giuseppe poteva essere sintetizzata da due frasi che si leggono in due sue lettere: «Le persone devono sentire l’influsso di Gesù che porto con me; devono sentire che in me c’è una vita soprannaturale espansiva ed irradiantesi per sua natura» infatti « Dio è amore. Io sono il suo servo per quelli che soffrono». Si trattava di una motivazione spirituale che dalla gioventù fino alla morte aveva percorso tutta la sua vita e illuminato la sua riconosciuta professione medica. In fondo questa motivazione spirituale risponde a una domanda che nasce di fronte alla vita missionaria del padre: «Come è stato possibile che un uomo sia riuscito a fare tutto quello che ha fatto e come l’ha fatto, con fedeltà, semplicità, serenità, dono totale di se stesso e gioia fino agli ultimi e drammatici giorni della sua vita?». La risposta andava e va cercata – sembra dire il Papa – nella sua profonda vita spirituale. Padre Giuseppe Ambrosoli è stato una persona che ha vissuto la vita cristiana di ogni giorno in maniera straordinaria, cioè una vita NORMALE assolutamente FUORI DAL NORMALE. Ha esercitato il servizio medico, non semplicemente come conseguenza della sua fede e del suo amore, ma come parte integrante del Vangelo che predicava. Con lui anche il servizio medico era parte imprescindibile dell’evangelizzazione. Ci si poteva arrestare qui. E invece, no.

Per la beatificazione mancava un ultimo gradino: il miracolo. Il sigillo che la Chiesa affida a Dio per proporre il suo servo come intercessore ed esempio per il suo Istituto e per la Chiesa locale, che l’ha visto nascere, e poi quella che l’ha accolto nello svolgimento della sua missione, l’ha visto morire e ne ha conservato il suo corpo e la memoria.

Di guarigioni e cure straordinarie p. Giuseppe ne aveva ottenute già in vita, ma tra tutte brillava una avvenuta nel 2008 all’ospedale di Matany, all’estremo nord est del Nord Uganda, in Karamoja. Si trattava di una mamma karimojong di 20 anni, Lucia Lomokol di Iriir, madre già di un bambino e arrivata in condizioni disperate all’ospedale per un altro già morto in grembo che le aveva causato un’infezione mortale. Tant’è che uno dei medici, il dott. Erik Domini, responsabile del reparto Maternità, il 25 ottobre 2008 al momento dell’accettazione tentava un’ultima disperata operazione ma senza risultato. Poi per il progressivo peggioramento la faceva trasferire dalla corsia generale alla sala travaglio perché pensava che non era conveniente per le altre pazienti (mamme in attesa di parto e allattanti) essere testimoni della morte di una giovane mamma. e perciò la faceva trasferire nella sala travaglio. Alla sera dello stesso giorno il dott. Erik, constatando un continuo peggioramento, faceva chiamare il parroco di Matany, p. Marco Canovi, il quale amministrava l’unzione degli infermi a Lucia. Riportando a casa p. Marco, il dott. Erik si ricordava di un santino di p. Giuseppe con apposita preghiera che conservava nel suo appartamento e ritornava in ospedale accanto a Lucia munito di quello che lui considerava essere stata un’ispirazione inattesa. Dopo aver ricevuto l’assenso della stessa Lucia, di sua madre e di suo marito collocava il santino sulla spalliera del letto della moribonda e radunava le infermiere per l’invocazione. Terminato tutto verso mezzanotte si accomiatava da loro chiedendo di essere avvisato la mattina seguente per il funerale di Lucia. Alle cinque del mattino si presentava e, con sua grande sorpresa, trovava Lucia completamente cosciente e presente a se stessa. Tutti i presenti attribuivano l’improvvisa cura all’invocazione di P. Giuseppe.

Il vescovo di Moroto, Mons. Henry Apaloryamam Ssentongo a cui apparteneva la parrocchia di Matany, venuto a conoscenza del fatto, ha voluto che con un processo si raccogliesse tutta la documentazione per sottoporla allo studio delle Cause dei Santi: questa avrebbe detto se si trattava di un evento inspiegabile scientificamente e se c’erano le condizioni da poter attribuire la guarigione alla potenza divina. Così il 17 settembre 2010 iniziava il processo sul presunto miracolo, riunendo anzitutto i testimoni presenti al fatto: il dott. Erik Domini, ostetrico ginecologo, medico curante; il dott. Alphonse Ayepa, medico anestesista; il sig. Daniel Irusi, infermiere; la sig.ra Betty Agan, ostetrica professionale; la sig. ra sanata, Lucia Lomokol, contadina e casalinga; il sig. Akol Lobokokume, membro dell’esercito e marito di Lucia; la sig.ra Sabina Kodet, la mamma della sanata; la sig.ra Mary Annunciata Longole, ostetrica; la sig.ra Lilian Adwar, assistente infermiera; la sig.ra Fotunate Magdalene Alany, ostetrica e p. Marco Canovi, parroco di Matany. In più erano chiamati di dovere, un medico specialista anestesiologo, il dott. Bruno Turchetta e i due periti che dovevano esaminare lo stato reale di Lucia, i dottori: John Bosco Nsubuga e Leo Odong. Raccolta poi anche tutta la documentazione clinica il processo si concludeva a Moroto quasi un anno dopo, il 21 giugno 2011. Portati tutti i documenti a Roma, la Congregazione delle Cause dei Santi un anno dopo, l’11 maggio 2012, riconosceva validità giuridica a tutta la documentazione. Tuttavia si dovevano aspettare ancora 6 anni, dal 2012 fino al 2018, perché il caso di Lucia potesse essere esaminato.

La situazione Ambrosoli si sbloccava il 28 novembre 2018 con la Consulta Medica costituita da 7 professori che riconoscevano, per maggioranza qualificata (5/2), il fatto della cura da shock settico (setticemia irreversibile) che si era risolta in maniera assolutamente inaspettata, rapida, completa, duratura e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche. Cioè Lucia si trovava curata in maniera inspiegabile scientificamente, sia perché la terapia chirurgica effettuata era stata incompleta non essendo stato asportato l’utero, primaria causa e focolaio di infezione, sia perché era stato sospeso il farmaco considerato salvavita, la dopamina, non essendocene più in ospedale. Nel loro linguaggio specialistico i professori avevano fatto scrivere: «Shock settico secondario da corioamnionite purulenta putrefattiva ((taglio cesareo ed estrazione del feto morto e putrefatto). Tromboflebite pelvica e tromboflebite profonda della grande safena dell’arto inferiore sn. con dermatite gangrenosa della metà inferiore della gamba”. Questo era il passaggio decisivo che permetteva di procedere oltre.

Ora bisognava dimostrare che l’invocazione era avvenuta nel momento del peggioramento fatale dello stato di Lucia; che in quel momento si era invocato p. Giuseppe Ambrosoli e che dopo tale invocazione si era verificato un cambiamento repentino positivo. C’erano 10 testimoni oculari a testimoniare che per iniziativa del dott. Erik Domini era stato invocato p. Ambrosoli e altrettanti che avevano assistito quella notte al viraggio dello stato di salute di Lucia. Chi conosce la materia può ragionevolmente affermare che da mezzanotte alle cinque, come è il nostro caso, un tale cambiamento può essere definito rapido. Infatti 7 mesi dopo l’inspiegabilità della cura, affermata dai medici, il 13 giugno 2019 il Congresso Peculiare dei Consultori teologi ha potuto appurare l’evento della preghiera rivolta a p. Ambrosoli e il miglioramento repentino dello stato di salute di Lucia Lomokol.

Con questi dati, cinque mesi dopo, il 19 novembre 2019 i Cardinali e i Vescovi nella loroSessione Ordinariapresieduta dal Card. Giovanni Angelo Becciu decidevano di portare il caso al Santo Padre. Questi, 9 giorni dopo, il 28 novembre 2019 riconosceva il carattere soprannaturale della cura di Lucia, quindi il miracolo e comandava di preparare un Decreto con valore giuridico e da inserire negli Atti della Congregazione dei Santi: Ecco le testuali parole:

«Constare de miraculo a Deo patrato per intercessionem Ven. Servi Dei Iosephi Ambrosoli, Sacerdotis professi Missionariorum Combonianorum Cordis Iesu, videlicet de celeri, perfecta ac constanti sanatione cuiusdam mulieris a (Si tratta di un miracolo compiuto da Dio per intercessione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Ambrosoli, sacerdote professo dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, vale a dire di una cura  rapida, perfetta e duratura di una signora) da Shock settico secondario da corioamnionite purulenta putrefattiva. Tromboflebite pelvica e tromboflebite profonda della grande safena dell’arto inferiore sn. con dermatite gangrenosa della metà inferiore della gamba».

Se si sta bene attenti, in tutto questo lungo percorso fino alla Beatificazione, il Santo Padre si è lasciato guidare dalla presenza di due principi spirituali: l’eroicità delle virtù e la preghiera di intercessione. Ora l’evento del miracolo e della beatificazione possono porre due domande: perché questa grazia a una karimojong e a una mamma e perché l’evento della celebrazione proprio a Kalongo? Secondo logiche umane tutto avrebbe dovuto sconsigliare tale coincidenza: spesso tra etnie diverse non corre buon sangue e la condizione femminile è l’anello più sottoposto a sfruttamento nella società e inoltre Kalongo è un luogo al di fuori dei circuiti che contano. Eppure è proprio qui che la maniera di vivere la missione di p. Giuseppe Ambrosoli ha dato esempi che non potranno mai più essere dimenticati: qui ha accolto e difeso sempre tutti; qui si è messo a servizio della vita nascente e qui ha esercitato la sua straordinaria professionalità medica nella semplicità e nell’umiltà.

L’evento della Beatificazione di p. Giuseppe Ambrosoli non potrà dunque essere vissuto, nell’oggi della vita cristiana, che come evento di fede, di comunione e di gioia.