Laici Missionari Comboniani

Due notizie sulla Beatificazione di P. Giuseppe Ambrosoli

Giuseppe Ambrosoli
Giuseppe Ambrosoli

PRIMA NOTIZIA

Il 22 novembre in Uganda, la beatificazione di Giuseppe Ambrosoli,
missionario, medico e «martire»

La Beatificazione di P. Giuseppe Ambrosoli mette in evidenza un testimone della missione tra gli acholi in Uganda, dove ha trascorso i 31 anni del suo servizio missionario. Per noi comboniani un tale evento ci riempie di gioia e allo stesso tempo di responsabilità. La Beatificazione si terrà in terra d’Uganda, Kalongo, il 22 novembre 2020, Solennità di Cristo Re dell’Universo.

Dopo aver sentito il parere del Padre Generale e suo Consiglio; consultato la Chiesa locale di Gulu attraverso il suo Arcivescovo, Mons. John Baptist Odama; la Chiesa locale di Como nella persona del suo Vescovo, Mons. Oscar Cantoni, e anche il parere della famiglia Ambrosoli c’è stato un parere unanime che la Beatificazione avvenga a Kalongo dove P. Giuseppe ha svolto in pienezza e totalmente il suo servizio missionario. La data più significativa è sembrata il 22 novembre, Solennità di Cristo Re dell’Universo. Ora, trattandosi di un atto pontificio, doveva essere consultato il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Card. Giovanni Angelo Becciu, il quale ha convintamente espresso la volontà di presiedere la cerimonia della Beatificazione, proprio per il significato missionario che essa riveste. Naturalmente tutto dovrà essere sottoposto all’approvazione della Santa Sede, la quale si esprimerà con un decreto ufficiale.

La Beatificazione di P. Giuseppe Ambrosoli mette in evidenza un testimone della missione che più volte ha espresso il desiderio di essere sepolto tra i suoi acholi, dove ha trascorso i 31 anni del suo servizio missionario. Per noi comboniani un tale evento ci riempie di gioia e allo stesso tempo di responsabilità. Anzitutto il luogo dove avverrà l’evento, Kalongo (Nord Uganda) che faceva parte del Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale di cui il Comboni fu il primo Vicario Apostolico e inoltre il luogo dove P. Giuseppe Ambrosoli ha espresso il meglio di sé nell’opera dell’ospedale e nella scuola per Ostetriche.

Una continuità significativa dunque dal punto di vista materiale, l’Uganda, estremo lembo del Vicariato dove il Comboni ha invano sognato di arrivare e che ora invece si realizza, attraverso P. Giuseppe, quale primo figlio dell’Istituto a essere beatificato. Significato ancora più pregnante dal punto di vista spirituale, e per una duplice ragione: perché anche P. Ambrosoli, come il nostro santo Fondatore che l’ha preceduto, entra a far parte di quel fondamento nascosto su cui si erge maestosa la Chiesa africana e poi perché riceve ulteriore conferma il metodo inciso indelebilmente nel «Piano»: “Salvare l’Africa con l’Africa”! Molti dunque sono i motivi per ringraziare e continuare con novello slancio missionario per il bene della Chiesa e della società.

SECONDA NOTIZIA

Beatificazione di padre Giuseppe Ambrosoli a Kalongo

Forse può sembrare un annuncio estemporaneo e fuori luogo perché ben altre sono le preoccupazioni del momento. Tuttavia proprio per quello che padre Ambrosoli ha rappresentato in campo sanitario: per le conoscenze e la competenza con cui ha operato e per l’afflato spirituale con cui ha affrontato emergenze e malattie, capiamo quanto la sua figura sia attuale e la sua intercessione necessaria. La beatificazione si farà, sempre coronavirus permettendo, a Kalongo il 22 novembre 2020. Il luogo è altamente significativo: padre Giuseppe, sepolto tra i “suoi”, tra i “suoi” sarà anche glorificato.

Ci sarà la Beatificazione di padre Ambrosoli in Uganda? La domanda ha un senso perché, tenendo presente la situazione di pandemia globale che ha colpito il pianeta, la risposta non può che essere interlocutoria. Si, si terrà a Kalongo il 22 novembre 2020, sempre che il COVID-19 lo permetta. Allo stato dei fatti abbiamo i seguenti documenti a supporto di tale affermazione. La richiesta ufficiale della Postulazione del 28 gennaio 2020 in cui si presenta al Santo Padre la disponibilità del Card. Giovanni Angelo Becciu di recarsi a Kalongo il 22 novembre 2020 a rappresentarlo nella cerimonia di Beatificazione. Di seguito, dietro sollecitazione della Postulazione, la Segreteria di Stato inviava il 16 marzo u.s. una lettera alla Nunziatura di Kampala. In tale documento, per la verità datata 9 marzo 2020, si afferma che il Santo Padre ha deciso che il rito di Beatificazione si farà a Kalongo il 22 novembre 2020 e il suo rappresentante sarà il Card. Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. La lettera è confermata dalla Nunziatura che l’ha inviata all’arcivescovo di Gulu, Mons. John Babtist Odama, il 17 u.s.. In una E-mail del 23 marzo il Vicario Generale della Diocesi di Gulu, mons. Matthew Odong, conferma la recezione della lettera: «At this point, it is very clear that the rite of beatification of the Servant of God Father Doctor Giuseppe Ambrosoli will take place “SACRED HEART” KALONGO PARISH». Di fatto poi l’Arcivescovo il 21 e 22 marzo (sabato e domenica) si è recato a Kalongo ed ha annunciato pubblicamente in parrocchia luogo e data dell’evento. “The news has been received with great joy by our people here in the Archidiocese of Gulu». Nel frattempo si sono tenute alcune riunioni con il Consiglio Generale e i provinciali d’Uganda e d’Italia per coinvolgere le rispettive province, compatibilmente ai movimenti condizionati che la situazione del momento permette. A nessuno però sfugge il significato missionario di questa beatificazione che avviene in missione come ultima espressione della missionarietà: lo scambio di doni tra Chiese sorelle e quasi una identificazione in cui credibilmente un missionario, nel nostro caso il prossimo Beato Ambrosoli, è glorificato in mezzo ai “suoi” di Kalongo. Per adesso non cessiamo di invocarlo in un momento così preoccupante dell’umanità, lui che ha affrontato la malattia con illuminata determinazione, ma soprattutto con fede e carità soprannaturali.

IL LUNGO CAMMINO VERSO LA BEATIFICAZIONE

Il cammino della beatificazione di p. Giuseppe è iniziato nel 1999, dodici anni dopo la sua morte, ossia quasi subito dopo che il suo corpo è stato trasportato il 22 agosto 1994 da Lira a Kalongo. Esattamente come accadeva nei primi tempi della Chiesa: ci si è potuti muovere perché la fama di santità e l’ammirazione per p. Giuseppe, il grande dottore dal cuore buono e dalle mani abilissime, ma soprattutto perché l’uomo di Dio, che curava nel corpo e nello spirito, era ancora molto presente nella memoria della gente. La gente del tempo, sia a Kalongo, come a Ronago non aveva dubbi sulla qualità spirituale che p. Giuseppe aveva trasmesso con la sua cura dei sofferenti e l’attenzione riservata alle mamme che dovevano partorire. Padre Giuseppe tutelava sì la vita dei corpi, fin dal loro nascere, ma soprattutto arrivava a guarire l’intimo delle persone.

Così il comboniano, p. Mario Marchetti, poteva sollecitare il vescovo di Gulu, Mons. Martino Luluga, a costituire una Commissione d’investigazione. In seguito, l’Arcivescovo di Gulu che gli era succeduto, Mons. John Baptist Odama, iniziava il processo il 22 agosto 1999 e lo concludeva il 4 febbraio 2001 sul piazzale antistante la chiesa parrocchiale di Kalongo. Allo stesso tempo il vescovo di Como, Mons. Alessandro Maggiolini, il 7 novembre 1999 ascoltava i testimoni che si trovavano a Ronago, e in genere in Italia, chiudendo il processo il 30 giugno 2001.

A quella data si erano potute condurre a termine le sessioni ed ascoltare tutti i 90 testimoni che avevano conosciuto p. Giuseppe. Tra questi 62 laici, 18 missionari e preti diocesani, 10 suore. Tra i laici da notare la folta schiera dei testimoni di Kalongo, di Ronago, paese natale di p. Giuseppe e anche dei 12 medici che con lui avevano operato nell’ospedale della savana. Insomma un’ampia rappresentatività della società civile e religiosa: catechisti, insegnanti, responsabili di comunità, operai, infermieri e infermiere, un capo di polizia e anche un generale, che per un brevissimo tempo era stato Presidente dell’Uganda dopo il secondo Obote. «Per noi – ebbe a dire – la morte del dottor Ambrosoli è come il crollo di un ponte. Ci vorranno molti anni per rimpiazzarlo».

Dai documenti e dalle testimonianze emergeva chiara la vita santa di p. Giuseppe. Riportiamo qui alcune affermazioni significative. All’apertura del Processo, il 22 agosto 1999, Mons. Odama, in una lettera ai vescovi della Provincia Ecclesiastica di Gulu e ai membri della Conferenza Episcopale Ugandese descriveva la figura del Servo di Dio come segue:

«Esempio di eroica carità e di umile servizio alle persone; un grande esempio di zelante missionario dei tempi moderni; modello di prete e di dottore divenuto famoso per la sua intensa spiritualità e per la coscienziosa abilità medica; un attraente e convincente esempio di giovane moderno che ha risposto totalmente alla chiamata di Cristo e alla sua forma di vita». «Dal suo modo di accogliere le persone, di intrattenersi con loro, di consigliarle e di incoraggiarle – depone John Ogaba– si aveva l’impressione di trovarsi davanti a Gesù». Il dottore Luciano Tacconi, che ha lavorato con lui a Kalongo, non ha paura di affermare:«Per me il segreto della “santità” di p. Giuseppe sta nella sua grande semplicità e nell’attaccamento massimo al dovere. Gli altri medici rispettavano e ammiravano molto la professionalità di p. Giuseppe, il quale insisteva anche con me perché, senza fare delle prediche, dessimo il buon esempio come cristiani con l’attaccamento al lavoro e nel rispetto della dignità delle persone»: Allora prezioso è quanto Mons. Gianvittorio Tajana afferma al processo: «Secondo la mentalità, oggi vigente nella Chiesa, se l’Ambrosoli sarà proclamato santo, sarà il santo della vita ordinaria». Certamente non una vita scialba, ma una vita ordinaria, di ogni giorno, in cui ha fatto costantemente delle cose straordinarie. E non può essere che così quando si incontra uno come p. Giuseppe, come lo ricorda in un sermone Mons. Alessandro Maggiolini, vescovo di Como:«Padre Ambrosoli ha dato volto al Vangelo con la sua vita messa radicalmente al servizio di Cristo, dell’evangelizzazione e degli ultimi»

Il materiale raccolto a Gulu e a Como, sia testimonianze che documenti, giungeva a Roma in Congregazione delle Cause dei Santi nel mese di giugno dell’anno 2001 e il 7 maggio 2004 gli si riconosceva la validità giuridica per ricostruire la vita terrena e provare la santità della persona e dell’opera di p. Giuseppe. Dal 2004 al 2014 ci sono voluti poi complessivamente 10 anni di lavoro che hanno coinvolto il Postulatore della Causa, la Congregazione vaticana, ossia i Teologi, i Cardinali e i Vescovi prima del giudizio definitivo di Papa Francesco, l’unico che poteva decretare le virtù eroiche.

Quindi nel 2009 il Postulatore della Causa faceva stampare la Positio, la quale era consegnata ai Consultori Teologi che nel Congresso Peculiare del 4 dicembre 2014 si esprimevano favorevolmente: 9 su 9. Uno di essi afferma:

«La figura di Giuseppe Ambrosoli gode, e per molti aspetti, di una sua attualità specifica. È stato un religioso, comboniano che si è impegnato a vivere i consigli evangelici e la vocazione missionaria in una professione specifica di stile “laicale”, come è quella del medico chirurgo. L’impegno scrupoloso nell’attività professionale nulla ha rubato alla sua vita di preghiera e alle esigenze della comunità: l’Eucaristia, celebrata e adorata, è sempre stato il centro della sua giornata. Può essere perciò valido modello per i comboniani suoi confratelli, come per ogni religioso e religiosa di vita attiva, ed anche per i membri degli Istituti di vita consacrata. Come medico chirurgo ha molto da dire con il suo esempio ai medici e operatori sanitari, ed è anche motivo di speranza per volontari impegnati in organizzazioni sanitarie, spesso “no profit” e di volontari che soccorrono infermi di malattie spesso contagiose e mortali».

I Padri Cardinali e Vescovi nella Sessione Ordinaria del 15 dicembre 2015, presieduta dal Card. Angelo Amato, riconoscevano che il Servo di Dio aveva esercitato in grado eroico le virtù teologali (fede, speranza e carità), le virtù cardinali (prudenza, giustizia, temperanza e fortezza) e quelle annesse (voti di castità, povertà e obbedienza e l’umiltà). Il Cardinale poi riferiva tutto a Papa Francesco il quale, due giorni dopo il 17 dicembre, sempre del 2015, confermava l’eroicità delle virtù e scriveva un decreto con cui riconosceva al Servo di Dio, Giuseppe Ambrosoli, il nuovo titolo di Venerabile con cui poteva venir invocato.

Secondo Papa Francesco la santità di p. Giuseppe poteva essere sintetizzata da due frasi che si leggono in due sue lettere: «Le persone devono sentire l’influsso di Gesù che porto con me; devono sentire che in me c’è una vita soprannaturale espansiva ed irradiantesi per sua natura» infatti « Dio è amore. Io sono il suo servo per quelli che soffrono». Si trattava di una motivazione spirituale che dalla gioventù fino alla morte aveva percorso tutta la sua vita e illuminato la sua riconosciuta professione medica. In fondo questa motivazione spirituale risponde a una domanda che nasce di fronte alla vita missionaria del padre: «Come è stato possibile che un uomo sia riuscito a fare tutto quello che ha fatto e come l’ha fatto, con fedeltà, semplicità, serenità, dono totale di se stesso e gioia fino agli ultimi e drammatici giorni della sua vita?». La risposta andava e va cercata – sembra dire il Papa – nella sua profonda vita spirituale. Padre Giuseppe Ambrosoli è stato una persona che ha vissuto la vita cristiana di ogni giorno in maniera straordinaria, cioè una vita NORMALE assolutamente FUORI DAL NORMALE. Ha esercitato il servizio medico, non semplicemente come conseguenza della sua fede e del suo amore, ma come parte integrante del Vangelo che predicava. Con lui anche il servizio medico era parte imprescindibile dell’evangelizzazione. Ci si poteva arrestare qui. E invece, no.

Per la beatificazione mancava un ultimo gradino: il miracolo. Il sigillo che la Chiesa affida a Dio per proporre il suo servo come intercessore ed esempio per il suo Istituto e per la Chiesa locale, che l’ha visto nascere, e poi quella che l’ha accolto nello svolgimento della sua missione, l’ha visto morire e ne ha conservato il suo corpo e la memoria.

Di guarigioni e cure straordinarie p. Giuseppe ne aveva ottenute già in vita, ma tra tutte brillava una avvenuta nel 2008 all’ospedale di Matany, all’estremo nord est del Nord Uganda, in Karamoja. Si trattava di una mamma karimojong di 20 anni, Lucia Lomokol di Iriir, madre già di un bambino e arrivata in condizioni disperate all’ospedale per un altro già morto in grembo che le aveva causato un’infezione mortale. Tant’è che uno dei medici, il dott. Erik Domini, responsabile del reparto Maternità, il 25 ottobre 2008 al momento dell’accettazione tentava un’ultima disperata operazione ma senza risultato. Poi per il progressivo peggioramento la faceva trasferire dalla corsia generale alla sala travaglio perché pensava che non era conveniente per le altre pazienti (mamme in attesa di parto e allattanti) essere testimoni della morte di una giovane mamma. e perciò la faceva trasferire nella sala travaglio. Alla sera dello stesso giorno il dott. Erik, constatando un continuo peggioramento, faceva chiamare il parroco di Matany, p. Marco Canovi, il quale amministrava l’unzione degli infermi a Lucia. Riportando a casa p. Marco, il dott. Erik si ricordava di un santino di p. Giuseppe con apposita preghiera che conservava nel suo appartamento e ritornava in ospedale accanto a Lucia munito di quello che lui considerava essere stata un’ispirazione inattesa. Dopo aver ricevuto l’assenso della stessa Lucia, di sua madre e di suo marito collocava il santino sulla spalliera del letto della moribonda e radunava le infermiere per l’invocazione. Terminato tutto verso mezzanotte si accomiatava da loro chiedendo di essere avvisato la mattina seguente per il funerale di Lucia. Alle cinque del mattino si presentava e, con sua grande sorpresa, trovava Lucia completamente cosciente e presente a se stessa. Tutti i presenti attribuivano l’improvvisa cura all’invocazione di P. Giuseppe.

Il vescovo di Moroto, Mons. Henry Apaloryamam Ssentongo a cui apparteneva la parrocchia di Matany, venuto a conoscenza del fatto, ha voluto che con un processo si raccogliesse tutta la documentazione per sottoporla allo studio delle Cause dei Santi: questa avrebbe detto se si trattava di un evento inspiegabile scientificamente e se c’erano le condizioni da poter attribuire la guarigione alla potenza divina. Così il 17 settembre 2010 iniziava il processo sul presunto miracolo, riunendo anzitutto i testimoni presenti al fatto: il dott. Erik Domini, ostetrico ginecologo, medico curante; il dott. Alphonse Ayepa, medico anestesista; il sig. Daniel Irusi, infermiere; la sig.ra Betty Agan, ostetrica professionale; la sig. ra sanata, Lucia Lomokol, contadina e casalinga; il sig. Akol Lobokokume, membro dell’esercito e marito di Lucia; la sig.ra Sabina Kodet, la mamma della sanata; la sig.ra Mary Annunciata Longole, ostetrica; la sig.ra Lilian Adwar, assistente infermiera; la sig.ra Fotunate Magdalene Alany, ostetrica e p. Marco Canovi, parroco di Matany. In più erano chiamati di dovere, un medico specialista anestesiologo, il dott. Bruno Turchetta e i due periti che dovevano esaminare lo stato reale di Lucia, i dottori: John Bosco Nsubuga e Leo Odong. Raccolta poi anche tutta la documentazione clinica il processo si concludeva a Moroto quasi un anno dopo, il 21 giugno 2011. Portati tutti i documenti a Roma, la Congregazione delle Cause dei Santi un anno dopo, l’11 maggio 2012, riconosceva validità giuridica a tutta la documentazione. Tuttavia si dovevano aspettare ancora 6 anni, dal 2012 fino al 2018, perché il caso di Lucia potesse essere esaminato.

La situazione Ambrosoli si sbloccava il 28 novembre 2018 con la Consulta Medica costituita da 7 professori che riconoscevano, per maggioranza qualificata (5/2), il fatto della cura da shock settico (setticemia irreversibile) che si era risolta in maniera assolutamente inaspettata, rapida, completa, duratura e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche. Cioè Lucia si trovava curata in maniera inspiegabile scientificamente, sia perché la terapia chirurgica effettuata era stata incompleta non essendo stato asportato l’utero, primaria causa e focolaio di infezione, sia perché era stato sospeso il farmaco considerato salvavita, la dopamina, non essendocene più in ospedale. Nel loro linguaggio specialistico i professori avevano fatto scrivere: «Shock settico secondario da corioamnionite purulenta putrefattiva ((taglio cesareo ed estrazione del feto morto e putrefatto). Tromboflebite pelvica e tromboflebite profonda della grande safena dell’arto inferiore sn. con dermatite gangrenosa della metà inferiore della gamba”. Questo era il passaggio decisivo che permetteva di procedere oltre.

Ora bisognava dimostrare che l’invocazione era avvenuta nel momento del peggioramento fatale dello stato di Lucia; che in quel momento si era invocato p. Giuseppe Ambrosoli e che dopo tale invocazione si era verificato un cambiamento repentino positivo. C’erano 10 testimoni oculari a testimoniare che per iniziativa del dott. Erik Domini era stato invocato p. Ambrosoli e altrettanti che avevano assistito quella notte al viraggio dello stato di salute di Lucia. Chi conosce la materia può ragionevolmente affermare che da mezzanotte alle cinque, come è il nostro caso, un tale cambiamento può essere definito rapido. Infatti 7 mesi dopo l’inspiegabilità della cura, affermata dai medici, il 13 giugno 2019 il Congresso Peculiare dei Consultori teologi ha potuto appurare l’evento della preghiera rivolta a p. Ambrosoli e il miglioramento repentino dello stato di salute di Lucia Lomokol.

Con questi dati, cinque mesi dopo, il 19 novembre 2019 i Cardinali e i Vescovi nella loroSessione Ordinariapresieduta dal Card. Giovanni Angelo Becciu decidevano di portare il caso al Santo Padre. Questi, 9 giorni dopo, il 28 novembre 2019 riconosceva il carattere soprannaturale della cura di Lucia, quindi il miracolo e comandava di preparare un Decreto con valore giuridico e da inserire negli Atti della Congregazione dei Santi: Ecco le testuali parole:

«Constare de miraculo a Deo patrato per intercessionem Ven. Servi Dei Iosephi Ambrosoli, Sacerdotis professi Missionariorum Combonianorum Cordis Iesu, videlicet de celeri, perfecta ac constanti sanatione cuiusdam mulieris a (Si tratta di un miracolo compiuto da Dio per intercessione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Ambrosoli, sacerdote professo dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, vale a dire di una cura  rapida, perfetta e duratura di una signora) da Shock settico secondario da corioamnionite purulenta putrefattiva. Tromboflebite pelvica e tromboflebite profonda della grande safena dell’arto inferiore sn. con dermatite gangrenosa della metà inferiore della gamba».

Se si sta bene attenti, in tutto questo lungo percorso fino alla Beatificazione, il Santo Padre si è lasciato guidare dalla presenza di due principi spirituali: l’eroicità delle virtù e la preghiera di intercessione. Ora l’evento del miracolo e della beatificazione possono porre due domande: perché questa grazia a una karimojong e a una mamma e perché l’evento della celebrazione proprio a Kalongo? Secondo logiche umane tutto avrebbe dovuto sconsigliare tale coincidenza: spesso tra etnie diverse non corre buon sangue e la condizione femminile è l’anello più sottoposto a sfruttamento nella società e inoltre Kalongo è un luogo al di fuori dei circuiti che contano. Eppure è proprio qui che la maniera di vivere la missione di p. Giuseppe Ambrosoli ha dato esempi che non potranno mai più essere dimenticati: qui ha accolto e difeso sempre tutti; qui si è messo a servizio della vita nascente e qui ha esercitato la sua straordinaria professionalità medica nella semplicità e nell’umiltà.

L’evento della Beatificazione di p. Giuseppe Ambrosoli non potrà dunque essere vissuto, nell’oggi della vita cristiana, che come evento di fede, di comunione e di gioia.

Settimana di animazione vocacionale e missionaria a Balsas, Brasile

LMC Balsas
Balsas

Alcuni membri della famiglia comboniana (un sacerdote, un fratello, una sorella e alcuni laici del gruppo di spiritualità comboniana), molti dei quali originari della diocesi di Balsas, hanno tenuto una settimana di animazione missionaria e vocacionale a Balsas (MA) nelle parrocchie di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso e di Sant’Antonio. Ci sono state diverse celebrazioni con bellissime testimonianze, momenti vissuti in un’atmosfera familiare e passione missionaria. L’attività si è svolta anche in vista della Grande Settimana Missionaria della Parrocchia che si svolgerà a novembre nella stessa città e ha anche celebrato i 25 anni di vita consacrata di suor Maria do Socorro Ribeiro, Missionaria comboniana di Balsas, celebrata nella festa dell’Assunta di Maria e giorno della vita religiosa e consacrata in Brasile. La settimana missionaria e professionale è stata un’iniziativa della Parrocchia di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso ed è stata realizzata con l’impegno e la partecipazione del Gruppo di Spiritualità Comboniana e di alcuni religiosi e missionari invitati.

P Raimundo Rocha, mccj

Incontro di laici e laiche degli istituti missionari in Italia

Laici missionari
Laici Missionari

Partire è anzitutto uscire da sé. Partire è mettersi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto e umano” (Mons. Hélder Câmara).

I rappresentanti dei gruppi dei laici dei vari istituti missionari [Suam – Segretariato unitario dell’animazione missionaria] e fidei donum della diocesi di Roma si sono radunati dal 14 al 16 giugno 2019 presso la Casa generalizia dei Missionari Comboniani a Roma. Erano in tutto una trentina di persone: missionari di Villaregia, Saveriani, Consolata, PIME, Francescani, Comboniani/e, e altri istituti. Tra questi, due coppie di laici hanno condiviso le loro esperienze, una a Palermo (Laici Missionari Comboniani) e l’altra a Padova (Comunità Malbes, con le missionarie comboniane).

L’incontro aveva come obiettivo mettere a confronto le esperienze di missione all’estero e nel territorio di appartenenza per migliorare la presenza missionaria nella Chiesa locale, nei gruppi e nella società civile. Sono stati due giorni di confronto, ascolto, riflessione e programmazione.

È stata un’occasione in cui le diverse realtà, al di là delle proprie identità, hanno avuto la possibilità di condividere e scambiarsi percorsi, desideri e preoccupazioni missionarie.

In particolare, i partecipanti sono stati arricchiti dalla riflessione di Marco Vergottini (teologo laico, stretto collaboratore del cardinale Martini e Vice-Presidente dell’Associazione Teologica Italiana) il quale, attraverso la sua relazione dal titolo “Il cristiano testimone. Identità e missione”, li ha guidati in una rilettura critica di alcuni documenti conciliari, invitandoli a superare la categoria di “laico”, a favore dell’espressione “testimone cristiano”, nell’intento di ribaltare distanze gerarchiche che nei secoli hanno determinato sistemi di potere e incomprensioni.

Testimonianze missionarie ad gentes e in Italia

Laici missionari

Ci sono state le testimonianze di una laica dell’Alp (Associazione laici del PIME), sulle esperienze missionarie nel sud del mondo, e di una coppia, Fulvio ed Elisa, del CDM (centro missionario diocesano di Roma), che hanno descritto la loro affascinante esperienza missionaria in Mozambico e il loro ritorno alla Chiesa romana, con le difficoltà incontrate nell’essere accolti e valorizzati dalla Chiesa capitolina.

Domenica, infine, due coppie hanno raccontato le esperienze comboniane – di comunità e condivisione – di Malbes e della Zattera: “esperienze missionarie a Km0 (kilometro zero)”, hanno detto.

Malbes è la comunità comboniana di Padova, dove vivono una famiglia (Carla e Mario e le loro figlie) insieme a due suore comboniane (Carmela e Marina) che da quattro anni fanno un servizio di animazione missionaria a partire dalla canonica, arricchiti dall’esperienza di accoglienza di due donne africane e dei loro figli.

Di seguito, è stata raccontata l’esperienza della Zattera, una comunità di laici missionari comboniani, nella quale la coppia Dorotea e Tony Scardamaglia e Maria (singola) da più di dieci anni vivono la condivisione e l’interazione tra di loro e con tanti immigrati/e che giungono dall’Africa, desiderosi di trovare un futuro migliore.

Alla fine, si sono tracciate alcune linee programmatiche future… “Il tutto – ha detto Tony Scardamaglia – nel desiderio di poter continuare un percorso che ci aiuti a “meticciarci”, a scambiarci percorsi e cammini per un mondo più giusto e umano”.

IL CRISTIANO TESTIMONE. IDENTITÀ E MISSIONE
Marco Vergottini

1. Il messaggio del Concilio Vaticano II: dal laicus al christifidelis

Molto si potrebbe dire in merito alla riflessione teologica sui fedeli laici. Ma tutto ciò che supremamente conta è risalire alla lezione del Vaticano II, che con enfasi forse eccessiva è stato chiamato il «Concilio dei laici», a motivo del fatto che su 16 documenti promulgati nelle quattro sessioni conciliari, ben 14 fanno espressamente riferimento al lemma ‘laico’, ‘laicato’.

Certo i tre luoghi principali su cui ricostruire la questione dei laici sono Lumen Gentium (= LG), il decreto sull’apostolato dei laici, Apostolicam Actuositatem (= AA), senza dimenticare Gaudium et Spes (= GS), che parla poco di laici, ma nella seconda parte affronta i temi della cultura, del matrimonio e della famiglia, della pace, dell’impegno in politica.

Occorre però risalire a un antefatto che risale alla prima metà del secolo scorso, vale a dire al riscatto dei laici dalla plurisecolare condizione di sudditanza e di marginalità nell’ambito ecclesiale, grazie all’attività del laicato cattolico in forma associata (soprattutto nella forma dell’Azione cattolica), e alla nascita della cosiddetta ‘teologia del laicato’ in area francese. Quest’ultima ha il suo apice nell’opera di Yves Congar, che nel 1953 scrisse un ponderoso volume Jalons pour une théologie du laïcat, in cui veniva specificata l’indole propria dei laici. Ecco una celebre citazione contenuta nel testo:

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Il laico sarà dunque colui per il quale, nell’opera stessa che Dio gli ha affidato, la sostanza delle cose in se stesse esiste ed è interessante. Il chierico, e più ancora il monaco, è un uomo per il quale le cose non sono interessanti in se stesse, ma in relazione ad altro, cioè nel rapporto che le lega a Dio, che esse fanno conoscere e possono aiutare a servire [Y. Congar, Per una teologia del laicato, Morcelliana, Brescia 1966, p. 39].

La formulazione «per il laico le cose esistono in se stesse» è certamente suggestiva e accattivante; non a caso è una delle espressioni più gettonate del libro di Congar. Quindi la soluzione proposta dalla teologia del laicato al fine di restituire credibilità e rilievo alla figura dei cristiani laici non è altro che l’esito di una concezione assai schematica del binomio Chiesa-mondo, che poggia sul presupposto di uno schema convenzionale che divide due ordini, l’ordine soprannaturale e l’ordine naturale. Se i chierici e i religiosi, secondo questo schema, santificherebbero la loro esistenza nella dedizione al polo soprannaturale (tanto che si parlava di ‘vocazione di speciale consacrazione’) che si interessa direttamente dell’annuncio del Vangelo, viceversa ai laici, di cui si dice «attendono alle realtà temporali», è dato realizzare la loro vocazione cristiana nel quadro dell’opera della creazione. Essi vivono nel mondo: questo il tratto qualificante dello stato di vita laicale; col risultato che si cercava di definire la figura dei laici per differenza rispetto alla vocazione clericale-religiosa, nella linea di una specializzazione che finiva per sottovalutare l’elemento comune di ogni vocazione cristiana, l’identità cristiana, che non può essere affatto considerata alla stregua di una determinazione generica. Un tale (pre)giudizio trascina con sé l’idea di dover correggere quella deriva clericale che ha fatto del prete il dominus sulla scena ecclesiale. Ecco allora per qual motivo Congar ha inteso assegnare ai laici il compito di testimoniare con la loro opera l’intuizione che la Chiesa, per giungere alla pienezza della sua missione secondo il piano divino, non può esonerarsi dall’impegno nelle strutture del mondo e nell’opera temporale. La precarietà dello schema di Congar non sfuggì a un recensore contemporaneo, che lucidamente argomentò: «il clero di padre Congar è platonico, il laicato è aristotelico; il mondo non esiste abbastanza per questo clero ed esiste troppo per questo laicato» (É. Borne). Una pennellata molto felice. Del resto lo stesso Congar agli inizi degli anni ’70 fece un’autocritica, ricordando che «l’inconveniente della mia posizione era forse di distinguere troppo bene». Però distinguere ‘troppo bene’ significa distinguere ‘male’.

Nella redazione della LG, si registrò una svolta decisiva allorché nel primitivo schema de Ecclesia il III capitolo (dopo quello sulla Chiesa-mistero e quello sull’episcopato) si intitolava «Il popolo di Dio e specialmente i laici». Fu il cardinale Suenens a obiettare che tale successione implicava che dalla nozione di popolo di Dio fossero esclusi (!) i ministri ordinati, secondo un ordine piramidale e gerarcologico. Invece sono tutti i battezzati a far parte del popolo di Dio, così che l’ordine fu così ristabilito: la Chiesa-mistero (I cap.), la Chiesa-popolo di Dio (II cap.), l’episcopato (III cap.), i laici (IV cap.), l’universale chiamata alla santità (V cap.), i religiosi (VI cap.) ecc.

Nel II e decisivo capitolo, LG afferma che le categorie di Gesù Cristo, re, sacerdote e profeta sono da attribuire all’intera Chiesa, così che ogni christifidelis è re, sacerdote e profeta. Ogni cristiano è sacerdote (anche le donne!). C’è un sacerdozio universale che è fondamentale, sul quale poi si innesta il sacerdozio gerarchico. «Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, i credenti offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa» (LG 11) Quindi a partire dal sacerdozio comune dei fedeli noi possiamo affermare che la vittima, l’ostia, è principalmente Gesù Cristo, ma è anche la vita di ogni credente. Dovremmo al riguardo rinviare a Sacrosanctum concilium, dove si dice che a celebrare l’eucaristia è l’assemblea dei fedeli, non soltanto chi la presiede.

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LG 12 è poi un testo capitale, uno dei germi del Concilio che ancora deve maturare, ma con papa Francesco siamo autorizzati a sperare nell’idea di una Chiesa sinodale: «La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, non può sbagliarsi nel credere». A chi era abituato a pensare un po’ semplicisticamente che solo il Papa è infallibile, si ricorda che l’infallibilità riguarda l’intero corpo dei fedeli, che non possono sbagliarsi nel credere. È questa la dottrina del sensus fidei. E ancora, LG 13 afferma: «Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio».

Nel cap. IV di LG il discorso riprende invece la trattazione tradizionale, laddove si dice:

il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici […] Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta (LG 31).

Non sono poche le difficoltà racchiuse in questo testo, a partire dalla indeterminatezza di alcune categorie utilizzate. Che cosa sono le «cose temporali»? Ad esempio, il matrimonio e la famiglia sono realtà temporali? E che cosa significa «ordinare secondo Dio»? L’edificazione della Chiesa può essere affidata soltanto ai sacerdoti? O ancora i consigli evangelici (riservati ai religiosi nel cap. VI di LG) – vale a dire, la povertà, la castità e l’obbedienza – non fanno parte di quella santità e perfezione di vita evangelica che riguarda tutti? Resta poi da chiedersi in che senso i compiti affidati ai laici non meritino di essere riferiti alla responsabilità e alla competenza della Chiesa tutta. Da un lato, si sostiene che i soli laici sono «implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta»; dall’altro, non passa giorno che il papa, i vescovi, i nostri sacerdoti, nella loro predicazione e nel loro insegnamento esorbitino rispetto alla sfera strettamente spirituale, mandando dei messaggi per la pace nel mondo, per la custodia del creato, per l’attenzione, per la responsabilità sul lavoro, per l’apertura nei confronti dei fratelli immigrati… Dovremmo dire che questi sono temi che riguardano solo i laici? No, perché è tutta la Chiesa che ha il compito di vivere la testimonianza cristiana nella storia.

Per concludere. Nei testi conciliari (e il discorso può essere puntualmente illustrato alla luce di GS, più ancora nel decreto AA), è dato riscontrare un duplice movimento, una duplice tensione irrisolta: da un lato, si focalizza l’attenzione sulla figura del cristiano (christifidelis), quindi in un certo senso si relativizza e si supera il discorso riguardo alla specificità dell’essere laico. D’altro lato, il Concilio muove invece nella scia della tradizionale “teologia del laicato”, mettendo in luce la fisionomia peculiare del laico (secolarità), riconoscendolo come quel credente che testimonia la fede cristiana sulla scena del mondo, anche se poi ci si preoccupa di recuperare il carattere propriamente ecclesiale della sua missione.

2. In vista di un’autentica consapevolezza della vocazione cristiana

Laici missionari

A nessuno sfugge che il discorso non è affatto concluso, allorché si è pervenuti sul piano dei principi a recuperare la prospettiva che ultimamente contrassegna l’esistenza dei credenti in Cristo. Se è vero infatti che sussistono tuttora non poche resistenze nell’assimilare e interiorizzare questa esigenza della chiamata universale alla radicalità evangelica, occorre realisticamente interrogarsi sulle ragioni che hanno concorso a relegare in una condizione passiva e gregaria la maggioranza dei credenti, al fine poi di promuovere tutte quelle dinamiche ed energie che possono contribuire a fare sì che tutti i battezzati divengano sempre più consapevoli delle responsabilità spirituali, ecclesiali ed etiche connesse all’opzione cristiana.

Nella congiuntura odierna della Chiesa, l’istanza di una fattiva abilitazione dei fedeli laici alla missione e alle responsabilità che competono loro in quanto credenti nel Signore suggerisce di affrontare alcune questioni irrisolte sul fronte dell’appartenenza ecclesiastica, della qualità dell’agire morale, e della vita secondo lo Spirito.

2.1 Appartenenza ecclesiastica

Riguardo al primo aspetto, il discorso deve procedere dalle condizioni di obiettivo disagio vissuto dalla maggioranza dei credenti, i laici, in ordine al problema dell’appartenenza alla comunità cristiana e dei rapporti con le altre componenti. In chiave di ricognizione fenomenologica occorre impegnarsi in una puntuale diagnosi dei molti effetti distiorti che si riproducono nella vita ecclesiastica (per es. basti solo accennare a questioni qua­li la scarsa valorizzazione delle donne, la divaricazione che disingue i cosiddetti laici “impegnati” dai cristiani “solo praticanti”, il persistere dello scoglio del clericalismo, la tensione istituzione/mo­vimenti, ecc.). Se il traguardo da raggiungere è di restituire piena responsabilità e competenza ecclesialea ogni credente, i problemi nascono precisamente quando ci si chiede a quali condizioni, attraverso quali itinerari formativi e alla luce di quale pedagogia ecclesiastica è possibile realizzare, o almeno favorire il più possibile, un tale modello di partecipazione corresponsabile nella Chiesa.

2.2 La qualità dell’agire morale

Sul secondo aspetto, quello tradizionalmente assegnato ai laici in virtù della loro più diretta immersione nelle vicende civili, il discorso dovrà muovere dal diffuso senso di estraneità patito oggi dalla coscienza credente nei confronti delle dinamiche del vivere sociale e politico. Nell’attuale contesto epocale, contrassegnato dalla conflittualità-complessità del sistema sociale e della vicenda storico-civile, per il cristiano il vero nodo sotto il profilo etico va rinvenuto nella possibilità di individuare, oltre la prospettiva di un “impossibile” radicalismo evangelico, come pure di un troppo accomodante spirito di adattamento o di compromesso una terza via, la via buona, praticabile dell’esistenza morale. Anche qui, si tratta del compito ecclesiale di formare nei cristiani una coscienza retta e matura, istruita nell’esercizio del discernimento e capace di rendere testimonianza alla sequela di Gesù

2.3 La vita secondo lo Spirito

In terzo luogo, una volta dissipato l’equivoco di una via minore o maggiore alla chiamata del Signore, si deve riconoscere come l’unica spiritua­lità evangelica è quella di chi si dispone a seguire Gesù nella decli­nazione concreta della propria esistenza. La possibilità di que­sta figura spirituale – ma che poi è la stessa possibilità della fede in quan­to tale – è legata precisamente alla formazione del cristiano, anche sotto il profilo teologico. Si tratta dunque di rendere possibile, praticabile, plausi­bile ciò che è doverosamente richiesto dall’Evangelo. Ora questa possibilità dev’essere reclamata e promossa non già per qualche vocazione cristiana o per qualche élite, ma per ogni cristiano: al di là di questo niente infatti dev’essere richiesto di più, ma niente dovrebbe essere richiesto di meno.

Parlare di “vocazione universale alla santità nella Chiesa” richiede, per un verso, di porre l’accento sul carattere di universalità di tale chiamata, escludendo, dunque, ogni prospettiva elitaria, come pure qualsiasi interpretazione di tipo individualistico della vita spirituale: se è un popolo ad essere chiamato alla santità, dev’essere rimarcato il carattere di effettiva possibilità e praticabilità della risposta, di tutti e di ciascuno, alla elezione del Signore; il Signore chiama tutti, nessuno escluso.

3. La lezione dell’A Diogneto

Con un’efficacia insuperata nella Lettera A Diogneto – scritta da un autore cristiano anonimo del II secolo – è messo a fuoco il carattere originale, “paradossale”, dell’identità e della prassi dei cristiani, sollecitati da una fedeltà alla cittadinanza celeste e, insieme, da una lealtà nei confronti della “città dell’uomo”. In primo luogo, la coscienza credente invoca l’esistenza di un «luogo» – vale a dire il territorio, ma anche la lingua, l’ethos – per vivere e praticare i comandamenti di Dio; in questo senso i cristiani non rivendicano paese, lingua e costume propri. In secondo luogo, però, essi professano la trascendenza del comandamento di Dio rispetto a qualsiasi norma sancita dalla tradizione civile; al punto che, riconoscendosi ultimamente estranei rispetto a ogni patria, i cristiani sperimentano nei loro confronti una consistente ragione di ostilità da parte dei pagani.

Mettiamoci in ascolto di questa straordinaria pagina della tradizione della Chiesa apostolica:

V. Il mistero cristiano

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.

2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.

3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.

4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.

5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.

6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.

7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.

8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.

9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.

10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.

11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.

12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.

13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.

14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.

15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.

16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.

17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.

VI. L’anima del mondo

  1. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.

4. Retta ermeneutica del Decretum Gratiani e svolta tridentina

Una rivisitazione critica della «storia del laicato» suggerisce di prendere le distanze da quel procedimento che si prefigge di descrivere tale vicenda come un continuum dalla fase post-aposto­lica fino ad oggi.

In prima battuta, è importante disinnescare il celebre topos del duo sunt genera christianorum, come ritorna icasticamente nel Decretum Gratiani (1140), divenuto un vero locus theologicus della storiografia sul laicato:

Due sono i generi dei cristiani. C’è infatti un genere che, riservato per il divino ufficio e dedito alla contemplazione e all’orazione, conviene che si sottragga da ogni tumulto delle cose temporali: sono i chierici e i votati a Dio, cioè coloro che hanno mutato radicalmente vita convertendosi. Κλῆρος infatti in greco è sors in latino. Perciò gli uomini di questo tipo sono chiamati chierici, cioè scelti per sorte; tutti questi, infatti, Dio scelse come suoi […] Invece c’è un altro genere di cristiani, come sono i laici. Λαός infatti è popolo. A costoro è lecito possedere i beni temporali, ma soltanto in uso. Non vi è nulla infatti di più meschino che disprezzare Dio per denaro. Ad essi è concesso prender moglie, coltivare la terra, giudicare le controversie fra uomo e uomo, intraprendere azioni legali, deporre sull’altare le oblazioni, pagare le decime; e così potranno salvarsi, se eviteranno tuttavia i vizi facendo il bene [Decretum Magistri Gratiani, Secunda Pars, XII, q. I, c. VII].

Ora l’ambiente originario del celebre passo non avvalora la pretesa avanzata da Congar – e dalla storiografia teologica che da lui dipende – di ritrovare qui il teorema della strutturale bipartizione del popolo cristiano, poiché il contesto immediato del cap. XII del Decretum Gratiani non sarebbe affatto da collocare sul piano ecclesiologico, bensì su quello piano delle azioni lecite e del diritto puramente patrimoniale. Si potrebbe persino azzardare che il vero interesse del ragionamento di Graziano verta non soprattutto sui laici, ma sui chierici che come tali non possono possedere beni temporali, né disporre a loro riguardo. Di conseguenza, la distinzione tra laici e chierici obbedisce a una logica puramente funzionale: ai primi è consentito possedere e, se del caso, difendere anche legalmente i beni materiali di loro proprietà; ai secondi, invece, non è lecito possedere alcunché, dovendo essere del tutto distaccati, anche giuridicamente, dai beni secolari. L’estrapolazione dal contesto originario della formula duo sunt genera christianorum disattende non soltanto l’intentio auctoris, ma opera un’indebita forzatura concettuale in ordine all’identità dei laici che si trascinerà per secoli.

Una nuova pista interpretativa sostiene che il co­stituirsi della nozione laico/laicato (nell’uso invalso ancor oggi) è da individuare con l’ingresso nell’età moderna, rispettivamente con la vicenda della Riforma protestante, nonché con l’im­porsi del nuovo clima spirituale della modernità. La fisionomia dei laici nasce con la Riforma cattolica, nel senso che l’investimento di energie a favore di una formazione liturgica, dottrinale e spirituale del clero comportò un processo di gerarchizzazione della Chiesa cattolica, col risultato di confinare i comuni fedeli in un ruolo subordinato e passivo. In un senso, col risultato di far ‘nascere’ il laicato. Infatti, quanto più rispetto al passato il ministro ordinato divenne il rappresentante ideale e consapevole dell’identità cristiana, tanto più la condizione laicale venne connotandosi per sottrazione dal modello clericale (e religioso).

Laici missionari

5. La teologia che «serve» alla spiritualità e alla pastorale

Quanto alla teologia, il suo esercizio di sapere critico non può affatto concludersi con la ricostruzione analitica e l’ascolto fedele dei pronunciamenti conciliari, ma deve puntare in chiave critica a co­glierne la portata e la logica intrinseca, senza sottrarsi alla fatica di avallare le acquisizioni obiettive, di indagare eventuali inconseguenze e, soprattutto, di esplorare nuovi sviluppi e auspicabili incrementi.

Il discorso non può essere liquidato in poche battute. Nel quadro della svolta ecclesiologica di LG, una corretta ermeneutica dell’apporto conciliare suggerisce di mettere fine alla ricerca di una defini­zione dottrinale e normativa di laico, invitando a ricentrare l’attenzione sulla figura del christifideles. In questa linea la que­stione laicale dovrebbe essere ricollocata non più all’interno della trattazione sistematica, bensì nel quadro della riflessione teo­logico-pratica, cioè a partire dalle condizioni obiettive dell’esistenza cristiana ed ecclesiale e dalla qualità dell’agire credente (ecclesiologia pratica, spiritualità e riflessione morale).

Un’ulteriore possibilità è di intrapren­dere un iti­nerario teologico-fondamentale, che punti a mettere in luce l’impensato che resta sottotraccia alla trattazione tradizionale del capitolo dei laici. Dopo aver esaminato le potenzialità offerte (e, in un senso, esaurite) dalle cifre dell’apo­stolato e dell’impegno (engagement), v’è merito di accordare credito alla nozione giovannea di testimonianza nel quadro di una teoria della co­scienza credente. Nel suo dinamismo tale categoria di­schiude in modo pro­mettente il profilo dell’annuncio dell’evangelo come attestazione ad altri (ap­punto, testimonianza) dell’evento Gesù Cristo (il testimoniato), scoprendosi auto­rizzata e legittimata come atto della libertà che si affida all’incondizio­nato rivelarsi di Dio.

Si avverte l’esigenza di tracciare una mappa delle diverse vocazioni particolari che nascono all’interno della Chiesa in un’epoca contrassegnata da grandi rivolgimenti culturali e spirituali, rispetto a stagioni della storia in cui la divisione dei ruoli e il rapporto fra gli «stati di vita» erano sostanzialmente assodati. Non ha però più senso distinguere fra coloro che ricoprirebbero il ruolo di occuparsi delle cose di questo mondo e coloro che sarebbero gli specialisti della vita eterna: sulle questioni essenziali della vita, tutti i credenti si trovano nella medesima situazione.

All’origine della pluralità delle forme di esperienza credente stanno l’iniziativa imprevedibile di Dio e l’agire degli uomini, che risente dell’influsso biografico e della congiuntura storica. La ricognizione dell’esperienza credente lungo l’asse delle diverse vocazioni e forme di vita cristiana suggerisce che se la fede si dà in figura, non può darsi un’unica e omnicomprensiva figura della fede, dato che il carattere figurale della fede chiama in causa una pluralità di figure della fede, fra loro diverse e complementari. In questa prospettiva, il ripensamento di una teologia delle vocazioni, dei ministeri e dei carismi è questione decisiva per rilanciare con creatività le diverse figure e vissuti di fede che trovano il loro grembo nella Chiesa. Nella vita di coppia e nella famiglia si dischiudono forme specifiche di ministerialità: il legame coniugale, l’educazione dei figli, la cura delle relazioni, la solidarietà verso poveri e anziani, costituiscono luoghi e momenti in cui la Chiesa si rigenera e scopre la sua vocazione di «famiglia di Dio». La fede cristiana è per sua natura esperienza personale e originale del legame con il Signore Gesù, ma insieme è esperienza condivisa, ecclesiale se è vero che ogni vocazione cristiana deve lasciarsi plasmare dal legame decisivo con il Signore nella comunità dei discepoli. In tale ottica, occorre ripensare il nesso fra esistenza del singolo e legame comunitario, nonché fra appartenenza ecclesiale e ministero apostolico, per mostrare la circolarità di istanza soggettiva e mediazione oggettiva che istituisce la coscienza ecclesiale e l’agire di ogni credente.

L’illustrazione di tale dialettica può essere esplorata con qualche guadagno a partire dal dinamismo che sta alla base della coppia rappresentazione/i e rappresentanza. Il primo termine rappresentazione/i restituisce il carattere di oggettività dell’evento cristiano proprio quando ne realizza l’universalità, allorché ogni credente (per la parte che gli spetta) è convocato e abilitato a professare, a ‘dar forma’, appunto a ‘rappresentare’ il messaggio della salvezza in tutti gli spazi e i momenti della sua esistenza nel mondo. D’altra parte, la struttura dell’identità cristiana prende sempre forma storicamente in un profilo specifico e si presenta con i tratti singolari del vissuto storico; tale per cui esiste di necessità una pluralità di interpretazioni e raffigurazioni (rappresentazioni) che con tonalità diverse tutte dicono e attuano l’unica figura cristiana.

Il secondo polo, rappresentanza, rinvia al carattere normativo dell’esercizio della memoria Jesu, conseguente al mandato apo­stolico di cura per l’oggettività e di fedeltà all’evento della salvezza, onde salvaguardare il carattere indisponibile e gratuito del Dio di Gesù e garantire le condizioni di un’esperienza autenticamente cristiana. Ora, l’ipotesi di una rappresentazione senza rappresentanza si espone al rischio di un’affermazione di sé autoreferenziale e irrelata, carica magari di autenticità a livello di vissuto biografico, ma priva di rilevanza simbolica e di legame ecclesiale con altre necessarie rappresentazioni; rispettivamente, l’eventualità di una rappresentanza priva di rappresentazione/i rischia a sua volta di sequestrare la verità indisponibile entro una logica monistica, che fonda un formale principio di legittimità, ma dimentica di essere istituita in un’ottica di comunione e di servizio per custodire l’assolutezza e la ricchezza della rivelazione, proprio assicurandone la sua plurale e universale destinazione (nella forma delle inesauribili e complementari rappresentazioni del discepolato nella storia della Chiesa e del mondo).

Entrambe le dinamiche della «rappresentazione non senza rappresentanza» e della «rappresentanza non senza (plurali) rappresentazioni» sono possibili solo come operazione dello Spirito, nella forma del discernimento storico della referenza all’inesauribilità del mistero di Cristo. Questo è propriamente ciò che significa il topos kierkegaardiano la «contemporaneità» di Cristo ai credenti e dei credenti a Cristo, che come tale è continuamente da ri-comprendere nella storia della fede e del discepolato nello snodarsi della vicenda del cristianesimo lungo i secoli.

Una tale dialettica nel suo dinamismo interno costituisce la grammatica che sta alla base di una varietà infinita di figure e di pratiche di vita cristiana in cui risplende e si manifesta la partecipazione dei credenti al mistero di Cristo. Se ripensata come attitudine del cristianesimo a divenire l’anima del processo storico-sociale, dunque come sfida per la fede cristiana di dire oggi come sempre la verità dell’umano, una siffatta dialettica è in grado di intercettare l’interrogativo sul futuro stesso dell’agire credente nella Chiesa e nella storia. Sotto tale profilo, l’archiviazione della teologia del laicato diviene un congedo inevitabile, perché inverato in una teologia della testimonianza credente nella storia.

6. Tre citazioni fulminanti

La cosa più importante da dire è che non c’è definizione del cristiano che non sia in rapporto a Cristo: non ci sarà mai una definizione esaustiva del cristiano che riguardi soltanto la sua diversificazione o il suo comportamento rispetto all’ambiente che lo circonda. Da questa affermazione tutto il resto viene condizionato. Ogni tentativo di definire la nostra posizione deve partire dalla persuasione che noi siamo sostanzialmente ‒ e quasi unicamente ‒ delle persone che sono afferrate da Cristo, che aspettano la manifestazione della sua gloria, che attendono la trasformazione di ogni cosa nel Regno di Cristo. [C.M. Martini, Che cosa significa essere cristiani (1969)].

Nella sua accezione originaria, senza distinzione obbligatoria tra chierico e laico, l’ecclesiastico, è l’uomo di Chiesa, l’uomo nella Chiesa: egli è l’uomo della Chiesa, l’uomo della comunità cristiana. [H. de Lubac, Meditation sur l’Église (1953)].

Celestino V. Io non posso trattare i cristiani come oggetti, come pietre, come sedie, come utensili, e neanche come sudditi… Posso ammettere che questo modo di vedere sia scomodo dal punto di vista della rapidità e disinvoltura nel comandare, ma mi pare che anche in questo debba esserci una differenza tra i cristiani e i pagani. Per i cristiani il valore supremo sono le coscienze: esse meritano dunque il massimo rispetto. [I. Silone, L’avventura di un povero cristiano (1968)].

Questi tre tratti – l’appartenenza a Cristo, la titolarità di tutti i battezzati a essere riconosciuti senza discriminazioni come uomini e donne di Chiesa, la logica sinodale che deve improntare il vissuto della comunità dei credenti nel riconoscimento della dignità inviolabile di ciascuno – costituiscono altrettante acquisizioni a cui non è dato rinunciare nel quadro di una communio che è originata dalla grazia dello Spirito Santo. Una communio che non livella tutte le possibili diverse vocazioni e ministerialità ecclesiali, bensì assicura a tutti la sua presenza nella pluralità dei doni personali per l’edificazione della Chiesa in un’ottica di condivisione sinodale della logica e delle dinamiche dell’unica missione.

E così ci ricorda papa Francesco nella sua esortazione apostolica programmatica del pontificato:

Lo Spirito Santo arricchisce tutta la Chiesa che evangelizza anche con diversi carismi. Essi sono doni per rinnovare ed edificare la Chiesa. Non sono un patrimonio chiuso, consegnato ad un gruppo perché lo custodisca; piuttosto si tratta di regali dello Spirito integrati nel corpo ecclesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice […] Quanto più un carisma volgerà il suo sguardo al cuore del Vangelo, tanto più il suo esercizio sarà ecclesiale. È nella comunione, anche se costa fatica, che un carisma si rivela autenticamente e misteriosamente fecondo. Se vive questa sfida, la Chiesa può essere un modello per la pace nel mondo [Evangelii gaudium, 130].

La Chiesa di Cristo in missione nel mondo

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Logo ITLa Guida per il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019, dal tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”, è un sussidio realizzato su iniziativa della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (CEP) e delle Pontificie Opere Missionarie (POM), che raccoglie i contributi provenienti da cristiani di tutto il mondo e rivolto ai cristiani di tutto il mondo, reso possibile grazie anche alla mediazione delle Direzioni Nazionali delle POM presenti nei vari paesi.

Lo scopo della Guida è servire le singole diocesi nei loro bisogni di formazione e animazione missionaria, preparando i fedeli di tutto il mondo a vivere il Mese Missionario Straordinario voluto da Papa Francesco in occasione del centenario della promulgazione della Lettera Apostolica Maximum Illud di Papa Benedetto XV (30 novembre 1919).

La Guida servirà a ispirare la creatività delle Chiese locali e dei loro cristiani nell’affrontare le sfide inerenti all’evangelizzazione a partire dalla missio ad gentes e dal proprio contesto, senza alcuna pretesa di esaustività o di sistematicità nella riflessione teologica o catechetica sulla missione. Le parti di cui la Guida si compone corrispondono alle dimensioni spirituali indicateci dal Santo Padre nell’indire il Mese Missionario Straordinario: l’incontro personale con Gesù Cristo vivo nella Chiesa, la testimonianza di santi e martiri della missione, la formazione catechetica alla missione e la carità missionaria. Il testo è pubblicato in inglese, italiano, francese, spagnolo e portoghese.

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