Laici Missionari Comboniani

Camminando con la gente di Carapira: insieme per un futuro di speranza

LMC Mozambique

Vi scriviamo dal nord del Mozambico per condividere la gioia e le sfide del nostro servizio missionario, reso possibile dalla vostra preghiera e dal continuo e prezioso sostegno. Stiamo puntando le nostre energie su progetti di promozione in vari campi: alfabetizzazione, formazione alle mamme e ai giovani, autosufficienza ed economia. Maria Augusta è la protagonista del lavoro con gli alunni della scuola primaria che hanno serie difficoltà di scrittura e lettura. Due volte al giorno accoglie soprattutto bambine che per un paio di ore apprendono e consolidano quello che non riescono a fare in tre ore di scuola in una classe di cento alunni. Ilaria pensa alla formazione economica, aspetto importante in un contesto culturale che non conosce il concetto di risparmio e dove la tradizione è di spendere nell’immediato ciò che si guadagna; un’opera di pazienza sapendo di non poter conseguire in breve tempi i frutti sperati. Federica pensa alla formazione dei giovani perché sono il futuro di questo paese. Se fino a poco tempo fa erano i protagonisti degli incendi nella savana e dei blocchi stradali a causa dell’insoddisfazione politica, oggi con loro si punta all’interiorizzazione di valori come la pace, la custodia dell’ambiente e la possibilità di pensare e progettare con creatività un futuro migliore.

Le sfide che affrontiamo sono alquanto ardue: la povertà e la distruzione provocate da un ciclone, come successo di recente, non si spazzano via con un veloce colpo di spugna, ma pensiamo che costruire sulle persone e con le persone possa dare risultati positivi. Per questo puntiamo ogni giorno a lavorare per trasformare la vita delle persone attraverso la formazione pratica e l’educazione. Nella scuola secondaria di Carapira offriamo inoltre un’intensa formazione ai valori umani ed evangelici; l’insegnamento include una parte teorica e una di laboratorio. In più ci adoperiamo perché questi 250 alunni, che vivono lontani dalle rispettive comunità, non perdano la formazione catechetica.

Facciamo questo ogni venerdì, vivendo con loro un cammino annuale arricchito da ritiri e uscite incontrando esperienze di vita. Siamo felici di partecipare anche al dinamismo delle 99 comunità di Carapira; la parrocchia include oltre al centro cinque regioni e 21 zone pastorali. Quello che ci prefiggiamo di realizzare è rendere le persone il più possibile autonome nel gestirsi. Siamo estremamente convinte che non è dando cose o denaro che risolviamo le situazioni. Certo serve anche l’aiuto pratico ma questo, se non è supportato da formazione e da un cammino di consapevolezza, rende le persone dipendenti. Con tutte noi stesse cerchiamo di non far sorgere ingiustizie in un paese che ne ha già viste molte e di condividere, con loro, la nostra vita quotidiana. Il contesto è difficile: corruzione e discriminazione di ogni genere e poche possibilità di lavoro.

Tutto questo contrasta con le molte risorse di materie prime che, invece di essere ricchezza per il Mozambico, diventano interesse dei paesi stranieri, Italia compresa. A Nampula, a un’ora da noi ci sono ancora campi profughi dove vive chi è fuggito dal terrorismo di matrice islamica tuttora in atto a Cabo Delgado. Una violenza prodotta non tanto per ragioni religiose quanto per il controllo del territorio. Noi ci mettiamo in gioco nella nostra realtà in base a un discernimento comunitario. E la resilienza della nostra gente ci invoglia a continuare a farlo. Attualmente stiamo seguendo il progetto di lotta contro la denutrizione aiutando 40 mamme ad aver cura dei loro piccoli che, altrimenti, rischierebbero di morire per mancanza di cibo. Abbiamo inoltre pianificato la sistemazione della cucina della scuola secondaria che si trova in grande precarietà soprattutto per le conseguenze di anni di affumicamento. Un degrado che ha un risvolto nella salute degli alunni e del personale scolastico. Siamo riconoscenti a tutti coloro che contribuiscono alla nostra attività moralmente e materialmente. Condividete in tal modo l’opera di testimonianza e di amore che ci aiuta a trasformare la nostra vita e quella della gente che ci ha accolto. Muito obrigada (grazie in portoghese)!

Koxukhuru vanjene (grazie molte, in lingua macua)!

Federica e Ilaria – LMC in Mozambico

[Rivista Nigrizia Aprile 2026]

Esperienza missionaria estiva a Carapira (Mozambico)

Luca Carapira

Mi chiamo Luca, ho 24 anni e, un paio di mesi fa, ho avuto la fortuna di vivere un’intensa esperienza di missione in Mozambico, più precisamente a Carapira, dove, grazie all’accoglienza dei padri e delle laiche missionarie comboniane, ho avuto l’opportunità di incontrare e conoscere il popolo Macua.

Sono partito per questa esperienza il 18 agosto, insieme a Ilaria e Federica, due missionarie che da quasi due anni dedicano il loro servizio a quella che ormai è diventata la loro casa: Carapira. Ho avuto la fortuna di incontrarle e conoscerle due anni fa a Modica, in Sicilia, poco prima della loro partenza.

Quell’incontro mi colpì profondamente e, fin da subito, iniziò a maturare in me il desiderio di raggiungerle in terra di missione, sicuramente per mettermi al servizio, ma soprattutto per incontrare, conoscere e lasciarmi attraversare dalla bellezza e dall’umanità che caratterizzano questi luoghi. Così, quest’estate, Federica e Ilaria, dopo un breve periodo trascorso in Italia, accolsero con gioia ed entusiasmo la mia richiesta di poterle seguire.

Ed ecco che, dopo un viaggio aereo caratterizzato da mille peripezie, tra voli persi e cancellati, arrivammo finalmente in Mozambico, a Carapira.

Fin da subito rimasi profondamente colpito dall’accoglienza della comunità locale. Dopo essermi presentato durante la prima messa a cui presi parte, incespicando con il mio portoghese, per tutti diventai “Mano Lucas”, ossia “fratello Luca”. Ben presto anch’io iniziai a chiamare “mano” e “mana” chiunque incontrassi; addirittura imparai a chiamare “mamà” e “papà” le persone più grandi di me, entrando così in una dimensione di familiarità e di comunità, forse mai sperimentata prima, che mi faceva sentire accolto e mi faceva stare bene.

L’incredibile accoglienza che ricevetti mi fece sentire a mio agio fin dal primo momento e mi aiutò molto anche a inserirmi, pur restando sempre in punta di piedi, nella quotidianità e nella realtà di Carapira. Le prime settimane le dedicai soprattutto all’osservazione, alla conoscenza e al tentativo di comprendere meglio il contesto in cui mi trovavo, per capire come poter offrire il mio contributo nel poco tempo che avevo a disposizione. Ben presto mi resi conto che, per riuscirci, dovevo smettere di pensare soltanto con la mia testa e imparare invece ad aprire il cuore, affidandomi all’amore di Dio.

Fu così che, una mattina, mentre mi stavo ancora riprendendo da due giorni di febbre, vennero a trovarmi alcuni bambini del bairo (villaggio). Avevano saputo che non stavo molto bene e, senza esitazione, erano corsi a portarmi un po’ di allegria e a tirarmi su di morale. Oltre a farmi compagnia, furono proprio loro ad affidarmi quella che poi sarebbe diventata la mia missione: mi chiesero di aiutarli a studiare matematica.

Purtroppo, a Carapira molti bambini fanno fatica a imparare realmente qualcosa a scuola. E come biasimarli? Ci sono tutti i presupposti per rendere questo percorso estremamente difficile: solo tre ore di lezione al giorno, classi di circa novanta bambini con un solo insegnante, aule troppo piccole, assenza di banchi e sedie, caldo soffocante e, in alcuni casi, la mancanza persino di penna e quaderno. Il risultato è che molti restano indietro, arrivando a non saper fare semplici addizioni o addirittura a essere analfabeti, nonostante frequentino la scuola da anni.

Eppure, la voglia di uscire da questa situazione e il desiderio di imparare sono grandi.

Non appena mi fui ripreso del tutto, iniziammo questa avventura. Gli strumenti a disposizione erano pochi — qualche foglio e alcune penne — e gli spazi erano quelli che erano. Così cominciammo a incontrarci nei pressi della grande chiesa di Carapira, sedendoci per terra e usando i muri della stessa come schienale. Ci sistemavamo dove c’era ombra: la mattina da un lato, il pomeriggio dall’altro, spostandoci di ora in ora per sfuggire ai raggi diretti del sole.

In un batter d’occhio la voce si sparse e furono in molti che preferirono “abbandonare” per qualche ora della giornata il pallone, per venire a studiare un po’ di matematica in compagnia.

Come dico sempre, non per modestia ma perché è la verità, ciò che questi bambini sono riusciti a insegnare a me nelle giornate trascorse insieme è stato molto più di quello che io sono riuscito a insegnare a loro. Poterli osservare, conoscere, essere loro amico — o, come direbbero loro, “fratello” — è stata una grande fortuna, che conserverò sempre nel cuore e che mi ha profondamente arricchito. L’incontro con la diversità porta sempre a nuove scoperte che nutrono lo spirito; porta a prendere consapevolezza di aspetti di sé che altrimenti difficilmente emergerebbero e, soprattutto, aiuta a comprendere che, nonostante le mille differenze, in fondo siamo tutti molto più simili di quanto si pensi. Solo quando si arriva a questa consapevolezza diventa davvero possibile parlare di “fraternità globale”. Se solo riuscisse a comprenderlo chi governa questo mondo folle…

Tornando alla mia esperienza, potrei raccontare moltissimi altri momenti significativi vissuti in quei due mesi: dalla bellezza della vita comunitaria sperimentata con i missionari comboniani, a cui sarò sempre grato, all’intensità della fede gioiosa e autentica del popolo mozambicano, fino ai tanti incontri nelle piccole comunità sparse nella natura e molto altro ancora.

Ma non mi dilungherò oltre, anche perché per raccontare tutto questo avrei bisogno di pagine e pagine.

Tuttavia, in chiusura, ci tengo a condividere una riflessione che, durante i giorni trascorsi in Mozambico, ho maturato innanzitutto nei confronti di me stesso e, forse, più in generale, della “tribù bianca”, come la definisce padre Alex Zanotelli.

Questa riflessione è nata nel momento in cui, dopo pochissimo tempo dall’inizio della missione, ho iniziato ad accorgermi che chi stava ricevendo maggiormente aiuto ero proprio io. Paradossalmente, colui che più di tutti veniva aiutato era proprio chi era partito per aiutare e che forse, peccando un po’ di presunzione, non si sentiva nemmeno così tanto bisognoso. Questa scoperta fece crollare molte delle mie convinzioni e, senza dubbio, mi permise di ripartire con uno spirito nuovo. Era lo spirito di chi, consapevole dei propri limiti, desidera ricevere aiuto, desidera sentirsi accolto e toccato dall’amore di Dio, per poterlo custodire e poi ridonare, in una forma nuova, a chi lo circonda. D’altronde, è solo dopo essere stati aiutati che, seguendo l’esempio, possiamo aiutare gli altri, restituendo l’amore ricevuto e creando una spirale di bene che si autoalimenta.

Credo, quindi, che il riconoscersi “bisognosi”, nonostante tutti i nostri agi e tutto ciò che possediamo, sia la strada per riuscire ad accogliere davvero l’amore di Dio e il primo passo da compiere, per mettersi davvero al servizio degli altri.

Ecco allora ciò che più mi ha insegnato la missione e, di conseguenza, l’augurio che faccio a chiunque leggerà questo articolo: provare ad abbandonare le proprie presunzioni e imparare a riconoscersi come bisognosi, per riuscire davvero a incontrare l’Altro, che è Dio.

Luca

Metti il seme nella terra, non sarà vano, non preoccuparti del raccolto, pianta per il fratello.

Tito

Ciao fratelli, sono Tito, laico missionario comboniano brasiliano attualmente in missione in Mozambico, in Africa, più precisamente nella missione di Anchilo, provincia di Nampula.

Il mio lavoro qui è coordinare e guidare un gruppo di lavoratori nell’agricoltura, nell’orticoltura e nell’allevamento, affinché possano lavorare la terra e ricavarne il sostentamento per le loro famiglie.

Qui ad Anchilo, nel centro catechistico Paolo VI, la produzione serve ad aiutare a sfamare i leader che partecipano agli incontri di formazione, poiché ogni mese abbiamo da 2 a 3 e fino a 4 incontri di formazione (catechisti, anziani, giustizia e pace, famiglia, giovani, IAM, mamme e altri ministeri).

Sono felice di poter aiutare in questo modo nella formazione dei leader.

Anche questa è missione.

Tito, Laico Missionario Comboniano in Mozambico.

La terra, dono di Dio

LMC Moçambique

Quando Dio creò il mondo e lo consegnò all’ essere umano,

pensò al suo benessere, non al caos che l’uomo avrebbe causato.

Si dedicò con grande amore a una vita piena per tutti.

La terra è un dono divino, senza di essa non c’è vita.

Dobbiamo cambiare il destino, trasformare la realtà.

Sappiamo che siamo responsabili affinché la vita continui.

Preservare ciò che Dio ha creato, riforestare il luogo

Pulire fiumi e laghi, rispettare l’oceano

Prendersi cura degli animali e delle piante e preservare la vita.

Cambiare il nostro stile di vita, riciclare e riutilizzare

Usare fertilizzanti organici e piantare i nostri ortaggi

Cambiare la nostra agricoltura ed evitare le malattie.

Chiedere alle nostre autorità politiche pubbliche di migliorare

La vita dei cittadini e il luogo in cui vivono

Avere il coraggio di assumersi la responsabilità che la politica è fatta per lavorare

Migliorare la vita delle persone e rispettare il pianeta.

Questa è la consapevolezza che ogni essere umano dovrebbe avere

Che non siamo soli, siamo stati creati per vivere insieme

Rispettando ciascuno, perché, per quanto piccolo possa essere

Ha la sua utilità, ha il diritto di vivere.

La Laudato Si ci insegna che è possibile trasformare

Papa Francesco ci mostra pratiche da utilizzare

L’Enciclica è la via da cui il cristiano deve trarre ispirazione.

Regimar Costa – LMC Brasile in Mozambico

Pace con il Creato

LMC Mozambique

Nel corso della storia, molte attività umane hanno contribuito alla distruzione del creato.

Oggi più che mai, alcune di queste attività assumono la forma di una guerra contro il creato. Alcuni hanno una maggiore responsabilità per questa crisi.

Tuttavia, c’è speranza per una terra pacifica: Isaia 32,14-18 prevede un creato pacifico dove il popolo di Dio vivrà solo quando sarà raggiunta la giustizia.

La speranza è essere in grado di vedere che c’è luce, nonostante tutta l’oscurità, ha detto l’arcivescovo Desmond Tutu.

Non possiamo né dobbiamo combattere il cambiamento climatico senza lavorare in stretta collaborazione gli uni con gli altri.

Il Circolo Laudato Si dell’Arcidiocesi di Nampula – Mozambico, in unione con diverse chiese cristiane, ha celebrato domenica 21 settembre il culto ecumenico di preghiera per il creato con il tema “Pace per il Creato” e il simbolo “Giardino della Pace”, ispirato a Isaia 32,18, come parte del tempo del creato. Un tempo di preghiera e azione per la nostra casa comune, che si svolge ogni anno dal 1° settembre al 4 ottobre.

Il culto è stato celebrato dalla Chiesa cattolica, da 9 chiese evangeliche e dal movimento Laudato Si, con la partecipazione di circa 500 persone.

È stato un pomeriggio di lode, ringraziamento e richiesta di perdono a Dio.

Riconosciamo l’urgente appello all’azione e riconosciamo che possiamo rispondere solo sulla base della fede. Il tempo del creato è fonte di forza e unione (Dra. Anne Burghardt, segretaria generale della Federazione Luterana Mondiale).

Siamo tutti invitati a prenderci cura del luogo che Dio ci ha dato per vivere.

Il prossimo incontro interreligioso a Nampula è già fissato per il 4 ottobre.

Regimar Costa.

LMC Brasile in Mozambico.