Laici Missionari Comboniani

Laici missionari, esempio di cattolicità, inculturazione e contaminazione religiosa

Etiopia
Etiopia

Qualche anno fa mi era stato chiesto di esprimere la mia idea di cattolicità ad un gruppo di giovani della regione caucasica dell’ex Unione sovietica. Non avendo padronanza specifica in materia sul piano teologico o ecclesiologico e ancor meno dottrinale, per affrontare questo tema per niente banale o secondario rispetto agli elementi che contraddistinguono le “appartenenze” cristiane soprattutto in quella parte del mondo, mi sono semplicemente avvalso della mia personale esperienza di “cattolico”, attingendo alle tante occasioni di incontro che ho potuto avere con varie realtà ecclesiali, sociali e culturali di matrice cristiana nei cinque Continenti.

In particolare, a quei giovani riuniti per un fine settimana di spiritualità e condivisione conviviale anche con le famiglie del luogo, ho accennato all’esperienza vissuta con la mia famiglia in Etiopia, unico Paese dell’Africa sub-sahariana a vantare una identità cristiana risalente ai tempi della predicazione apostolica (Atti 8: 26-27), secondo la tradizione della chiesa ortodossa Tewahedo (termine che in lingua gh’ez idioma liturgico dell’Etiopia- starebbe per “uniti come uno”, in riferimento alla natura divina e umana di Gesù Cristo, che si riflette nello spirito di unità della Chiesa).

In Etiopia, è presente una numericamente piccola ma molto attiva e apprezzata Chiesa cattolica che si esprime nei due riti: alessandrino-etiopico, derivato dalla tradizione condivisa nei secoli (non senza incomprensioni e conflitti) con la chiesa ortodossa, e latino- romano, proprio della più recente attività missionaria iniziata nella seconda metà dell’Ottocento.

Questa diversità, sebbene a volte fonte di controversie e malintesi sotto vari aspetti su cui non è opportuno soffermarci ora, è soprattutto motivo di reciproco arricchimento sia spirituale che umano.

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L’espressione cattolico richiama immediatamente ad un valore di universalità, che per la Chiesa cattolica assume non solo e non tanto il significato di unico centro di amministrazione del “potere” in Roma per tutte le chiese sparse nel mondo, ma le riconosce in particolare la capacità di sapersi esprimere come «unità nella diversità», in una vitale pluralità di espressioni della fede cristiana. Una unità che, come sappiamo, non è certo già realizzata, ma che viene costantemente perseguita anche attraverso un paziente lavoro ecumenico per superare lo «scandalo» delle divisioni di varia natura presenti nella Chiesa e realizzare la volontà di Cristo: «che tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Una Chiesa, quindi, che riconosce la fratellanza dei cristiani perché uniti nell’unico battesimo, fratelli e sorelle con tutta l’umanità: una Chiesa cattolica, insomma!

E, partendo da queste semplici considerazioni, mi sono ritrovato a descrivere uno spaccato di vita “cattolica” di tanti laici missionari fidei donum che in molte parti del mondo esprimono, con la loro presenza di comuni battezzati, un senso di fraternità solidale ispirata dal Vangelo, che non ha confini geografici e non pretende di imporre barriere culturali nei confronti dei più poveri ai quali i laici fidei donum prestano il loro servizio sia di evangelizzazione che di promozione umana.

Quando, parlando con un anziano missionario, ho usata il termine “contaminazione” per descrivere una modalità con cui i laici missionari, soprattutto i giovani, sono particolarmente coinvolti nel prestare attenzione alle diverse tradizioni religiose cristiane presenti nei Paesi in cui operano, mi ha subito opposto la sua contrarietà, ritenendo tale espressione del tutto negativa, come se io volessi inquinare una fonte d’acqua pura, cioè quella che da lui giustamente era ritenuta l’“unica” Chiesa di Roma, con sostanze “velenose” sprigionate dalle diversità presenti nelle “Chiese sorelle” che, invece, proprio per le loro particolarità, contribuiscono a rendere la Chiesa davvero cattolica, universale.

Le diversità sane nella Chiesa non sono frutto di personalismi o settarismi, né tanto meno di lotte di potere, ma derivano da consolidate esperienze di condivisione della fede che si innestano, anche modificandolo, nell’albero ultra-millenario delle culture e delle tradizioni dei popoli. Come potremmo altrimenti noi “occidentali” sentirci pienamente partecipi di una fede generata in terra d’Oriente?

E’ proprio il paziente e ponderato sforzo di inculturazione del Vangelo da parte degli annunciatori della Buona Notizia, tra i quali figurano sempre più  laiche e laici genuini testimoni di cattolicità a privilegio dei poveri, che rende possibile un reale radicamento della fede cristiana nella storia dei popoli e dell’umanità intera.

LAICI E MISSIONE AD GENTES – di Beppe Magri

*Giuseppe Magri è stato con la moglie Anita Cervi e la famiglia in più periodi durati anni volontario in Etiopia con l’LVIA. Ha ricoperto diversi incarichi legati al mondo missionario in ambiti nazionali. Attualmente è membro del Comitato della Conferenza Episcopale Italiana per gli Interventi Caritativi a favore del Terzo Mondo. Con Anita vive in una canonica nella montagna veronese, a servizio della comunità ecclesiale.

Ministerialità: un approccio a partire dalla ricchezza semantica dei testi biblici

La Palabra
La Palabra

Introduzione

Il presente articolo vuole essere un semplice e breve contributo al processo di riflessione e condivisione attorno al tema della ministerialità a partire dai testi biblici. Visto che il sostantivo astratto “ministerialità” non compare nei testi sacri, il nostro approccio sarà basato sulla pluralità semantica del termine ministro. È importante sottolineare fin d’ora che il nostro testo non intende includere tutti i termini biblici equivalenti a “ministro”, né approfondire i cosiddetti ministeri biblici come ad esempio sacerdote, re, profeta, apostoli, evangelisti, pastori, dottori. Ci limiteremo quindi ad affrontare alcuni elementi teologico-linguistici associati ai termini per condividere, in un secondo tempo, a titolo conclusivo, una breve riflessione e alcune domande in vista di un eventuale approfondimento del tema.

  1. Visione generale dei termini biblici equivalenti a ministro
    1. Nell’Antico Testamento
      1. MESHARET

La radice di questo termine ebraico designa qualsiasi servizio. Nel contesto del nostro tema, merita di essere sottolineato il servizio di Giosuè a Mosè in Es 24,13; 33,11, Nm 11,28 e Gs 1,1. In questi testi, MESHARET significa ministro, ausiliare diretto, discepolo. Mosè infatti portava Giosuè ai suoi incontri con Dio sul monte e nella tenda. Il ministero di Giosuè consisteva nell’aiutare Mosè a comprendere il messaggio di Dio, per poi trasmetterlo al popolo. Ciò che è interessante in questi testi biblici è che l’essere ministro è una fase di preparazione per essere una guida, ossia è un vero e proprio discepolato. Perciò, MESHARET rinvia al tema del rapporto discepolo-maestro, del saper apprendere per continuare una missione o un ministero. Da questo punto di vista, il concetto di MESHARET ci trasmette l’idea che, nel rapporto discepolo-maestro, il discepolo non apprende solo dal maestro ma anche dalla realtà. Ossia, anche la realtà diventa maestra. Pertanto, il ministro è, allo stesso tempo, discepolo del Signore e della realtà.

  1. EBED

Altro termine usato nell’Antico Testamento per designare ministro è EBED. Questo termine indica non solo il comune servizio di qualsiasi persona subordinata ad un padrone, come nel caso di Nàaman (2 Re 5,6), ma anche la subordinazione ai piani divini, come nel caso del servo di Dio (EBED ADONAI o EBED HAELOHIM) in Is 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-15; 53,1-12. Anche se gli studiosi non concordano sull’identità storica del EBED ADONAI, i testi mostrano chiaramente che la sottomissione ai piani di Dio è la condizione per realizzare la missione ricevuta.

  1. Nel Nuovo Testamento

Per quanto riguarda il Nuovo Testamento (NT), meritano di essere evidenziati i seguenti termini:

  1.  PAIS/DOULOS

Nell’accezione comune, PAIS significa bambino. In Mt 12,18 tuttavia si cita la versione greca di Is 42,1 nella quale il termine PAIS traduce il significato ebraico di EBED (servo), per indicare che Gesù è Servo di Dio. Con la stessa intuizione, nel portico di Gerusalemme, dopo la Pentecoste, Pietro dichiara per la prima volta che Gesù è il Servo di Dio (At 3,13). In effetti Pietro rimase così segnato dall’immagine di Gesù-servo che questa divenne punto di riferimento delle sue prime predicazioni, dopo la Pentecoste. Così, egli presenta l’immagine di Gesù-servo come paradigma di qualsiasi tipo di servizio nella Chiesa nascente. Ne è una prova testuale la trasposizione semantica che il NT opera fra i termini PAIS (bambino, servo) e DOULOS (schiavo, servo). Facciamo attenzione: rivolgendosi agli apostoli in Gv 15,15, Gesù qualifica il suo rapporto con loro come un rapporto di amicizia e non di servitù o schiavitù. Inoltre, il termine DOULOS (servo) continuerà a caratterizzare la missione dei discepoli. Infatti, Gesù raccomanda che i rapporti interpersonali siano contrassegnati dagli atteggiamenti e sentimenti del servo, che devono essere adottati da chiunque voglia essere grande nel Regno dei Cieli (Mt 20,27; Mc 10,44). Va osservato anche che DOULOS è il titolo col quale Paolo si presenta alle sue comunità (Rm 1,1; 2 Cor 4,5; Gal 1,10; Ef 6,6; Fil 1,1; Tt 1,1). Alcuni cristiani sono chiamati servi (DOULOI) in Col 4,12; 2 Tm 2,14; Gc 1,1. Pietro, Giuda e tutta la Chiesa sono servi (DOULOI) di Cristo secondo 2 Pt 1,1; Gd 1,1; Ap 1,1. Possiamo così constatare che i termini PAIS e DOULOS diventano sinonimi e Gesù-servo appare l’unico paradigma nell’esercizio dei ministeri.

Di questo termine, tre significati meritano particolare attenzione:

  1. indica i servitori e gli amministratori pubblici che vengono chiamati servi di Dio perché svolgono con zelo il loro incarico (Rm 13,6). A loro, il cristiano deve essere sottomesso e per loro deve pregare, affinché abbiano una vita tranquilla, pacifica, pia e onesta (2 Tm 2,2).
  • Anche colui che annuncia il vangelo di Gesù Cristo a coloro che non Lo conoscono, perché diventi un’offerta a Lui gradita, è chiamato LEITOURGOS (Rm 15,16).
  • Il termine viene applicato anche a Gesù per indicare il suo ministero di mediatore fra Dio e gli uomini (Eb 8,2). È interessante anche il fatto che nel NT, con questo termine, si equipari il ministero del servitore pubblico a quello dell’evangelizzatore, perché entrambi, ispirandosi a Gesù-mediatore, servono lo stesso Dio. Come abbiamo appena detto, ispirarsi a Gesù-mediatore vuol dire assumere e svolgere, dentro e fuori dalla Chiesa, la dimensione sacerdotale dei ministeri. Tutti i ministeri, infatti, senza eccezione alcuna, si rivestono di una dimensione sacerdotale, ossia, la mediazione fra il creatore e il creato.
    • HYPĒRETES

Per quanto riguarda il termine HYPĒRETES, troviamo soltanto il significato di “ministro della Parola” (Lc 1,2; At 26,16). In questi testi, l’esperienza di Cristo appare come una condizione necessaria per l’esercizio del ministero. Basta vedere che i “servitori della Parola”, menzionati in Lc 1,2, sono testimoni oculari. Saulo, in At 26,16, è costituito servo e testimone di quanto aveva appena visto e di ciò che il Signore doveva ancora mostrargli. Da questi passaggi emerge l’idea che i ministeri nascono dall’esperienza di Cristo e si nutrono di questa.

  1. DIAKONOS

È un termine ampiamente usato nel NT, ma in contesti e con significati diversi. Fondamentalmente, è bene soffermarsi su quanto segue: DIAKONOS è la persona che riceve la missione di servire la Chiesa. Stefano e i suoi amici lo sono perché si occupano delle opere caritatevoli della comunità (At 6,1-6); Paolo e Apollo, per quanto lavorino instancabilmente nell’evangelizzazione, preferiscono essere considerati semplicemente dei diaconi (DIAKONOI) della Chiesa (1 Cor 3,5-15); Tichico (Ef 6,21), Epafra (Col 1,7) e Timoteo (1 Ts 3,2) sono DIAKONOI perché collaborano più direttamente nell’evangelizzazione. Anche Gesù Cristo è DIAKONOS perché non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto di molti (Mt 28,28; Mc 10,45; Rm 15,8). L’assistenza ai più bisognosi è considerata non solo una DIAKONIA (ministero, servizio) ma una condizione necessaria per avere un posto nel Regno dei cieli (Mt 25,31-46). In particolare, vale la pena evidenziare i testi sull’inferiorità del DIAKONOS: Lc 12,37 e 22,26-27. Il DIAKONOS è inferiore a Dio e al popolo che gli è affidato. In effetti, sembra che questa sia stata una caratteristica importante dei ministeri nelle prime comunità cristiane.

  1. OIKONOMOS

OIKONOMOS è l’amministratore che cura i beni del suo signore. Va osservato che nella tradizione paolina e petrina, gli apostoli e tutti i cristiani sono chiamati OIKONOMOI, perché amministrano i misteri e le grazie di Dio (1 Cor 4,1-2; 1 Pt 4,10). Il simbolismo dell’amministratore della casa è davvero evocativo, perché insiste sul dovere di ogni cristiano di avere un ministero. Così, i ministeri sono visti come una forma di amministrare la OIKOS (dimora, casa) di Dio (1 Cor 3,5-9).

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  • Riflessione

La ricchezza semantica di cui abbiamo parlato non va vista come una mera ricercatezza linguistica degli autori biblici, bensì come una prova evidente della diversità di esperienze di ministerialità presso il popolo di Israele e nelle prime comunità cristiane. Allo stesso modo, questa ricchezza semantica ci serve come fondamento e ispirazione per la continua contestualizzazione dei ministeri.

  • Diversità di esperienze ministeriali

Da quanto detto sopra, è evidente che le varie esperienze di ministerialità riportate nei testi sacri interessano agli agiografi per presentare, attraverso di esse, un Dio che suscita ministeri per il servizio della Sua casa. Ricordiamo che nel NT, casa di Dio (OIKOS TOU THEOU) indica, in senso stretto, la Chiesa di Cristo (1 Tm 3,15; Eb 3,6) e, in un senso più ampio, tutto l’universo (At 7,44-50). La complessità insita nei concetti dimostra l’importanza di approfondire non solo il significato dell’espressione “casa di Dio”, ma anche i ministeri che si richiedono per poterla amministrare integralmente. La casa di Dio è talmente complessa che non è possibile amministrarla senza una vasta gamma di ministeri. Urge, pertanto, stimolare la nascita di nuovi ministeri dentro e fuori dalla Chiesa. In questo senso, i Comboniani sono chiamati ad animare questo processo che oggi più che mai appare come una conditio sine qua non per l’evangelizzazione del mondo contemporaneo.

  • Contestualizzazione dei ministeri

Le varie esperienze di ministerialità nella Bibbia sono accompagnate da un processo di contestualizzazione, cioè di adeguamento dei ministeri ad un determinato contesto. Per i Comboniani, la contestualizzazione comporta due processi intrinsecamente interdipendenti: il processo ad intra e il processo ad extra. Ad intra perché richiede che si ripensino i ministeri e gli impegni missionari alla luce della realtà interna dell’Istituto (numero di confratelli, formazione accademica, geografia vocazionale, situazione economica, ecc.). Ad extra perché ci sfida a identificare, nel contesto in cui lavoriamo, persone, mezzi e metodi per favorire il sorgere, con questi e a partire da questi, di nuovi ministeri o l’attualizzazione di quelli già esistenti. Entrambi i processi richiedono realismo, coraggio e ottimismo. Va rilevato che, nel processo di contestualizzazione dei ministeri, assunti individualmente e come gruppo, la lettura contestualizzata della Sacra Scrittura svolge un ruolo insostituibile. Per questo motivo, è fondamentale reimparare a leggere la Bibbia a partire dal contesto del destinatario contemporaneo. Solo così sarà possibile individuare i ministeri più appropriati ad ogni realtà.

3. Domande per un approfondimento

a) In che cosa consiste questa “inferiorità del ministro” applicata al missionario comboniano?

b) Oggi sentiamo la necessità di nuovi ministeri nella Chiesa e nell’Istituto? Quali?

c) La casa di Dio è immensa e complessa. Come amministrarla integralmente?

d) Siamo stati capaci di contestualizzare il carisma comboniano e i ministeri ad esso legati?

e) Siamo riusciti a contestualizzare la nostra ermeneutica dei testi biblici, allo scopo di suscitare ministeri adeguati alla realtà? Quali difficoltà abbiamo incontrato?

Bibliografia consigliata

COLLINS, J.N. (2014). Diakonia Studies: Critical Issues in Ministry. Oxford: Oxford University Press.

COMISSÃO Teológica Internacional. (2002). Da Diaconia de Cristo à Diaconia dos Apóstolos.

GUIJARRO, S. (2017). La Aportación del Análisis Contextual a la Exégesis de los Textos Bíblicos. Cuestiones Teológicas, 44 (102), 283-300.

KING, N. (2019). Ministry in the New Testament. New Blackfriars, 100 (1086), 155-164.

MĂCELARU, M.V. (2011). Discipleship in the Old Testament and Its Context: A Phenomenological Approach. Pleroma, 13 (2), 11-22.

P. José Joaquim L. Pedro, mccj

Libro: Noi siamo missione

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“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei Figli di Dio” (Rom. 8,19)

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Carissime e carissimi nel nome del nostro Signore Gesù, vi salutiamo cordialmente!

Come ben ricorderete, due anni fa circa, è stato pubblicato il primo volume, dal titolo: “Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”, dove erano state raccolte soprattutto le idee, che ci animano e guidano in modo particolare all’interno dei percorsi inerenti alla GPIC. Questi percorsi, a loro volta, sono stati resi possibili anche dall’incontro tra i Fori Sociali Mondiali (FSM) e i Fori organizzati come Famiglia Comboniana in concomitanza ai FSM. Nei 150 anni di Storia e di Vita, i nostri Istituti si sono arricchiti di una grande esperienza ministeriale grazie soprattutto alla dedizione di moltissimi e moltissime missionarie che hanno interpretato con creatività e passione apostolica la specificità del nostro Carisma.

Questo secondo volume dal titolo: “Noi siamo missione: testimoni di ministerialità sociale nella famiglia comboniana”, presenta una gamma significativa di esperienze ministeriali concrete. Il nostro desiderio è che la condivisione di queste esperienze, scelte tra tante altre, prima di tutto ci aiuti a valorizzare quello che già facciamo, grazie al Dono dello Spirito Santo e alle nostre risposte personali e comunitarie. Inoltre, questa pluralità di esperienze condivise ci aiuta ad apprezzare le diverse azioni ministeriali comboniane che si completano e si arricchiscono a vicenda, rivelandoci la ricchezza del Carisma in una crescente dinamicità.

Chiediamo ai nostri Superiori Provinciali, di prendersi cura nel distribuire a tutte le comunità le copie stampate e anche la copia digitale in quattro lingue di questo secondo volume, perché tutte e tutti possano godere del lavoro fatto insieme e in collaborazione di oltre 40 confratelli e consorelle Comboniani.

Ringraziamo i membri della Commissione Ministerialità Sociale della Famiglia Comboniana che hanno lavorato con passione e competenza alla cura di questo secondo volume e alla mappatura delle nostre presenze comboniane di ministerialità sociale sparse nel mondo. A dicembre 2020, Covid-19 permettendo, si realizzerà il Forum sulla Ministerialità Sociale a Roma.

Queste iniziative e attività sono parte di un grande cammino di sinergia e collaborazione dei membri della Commissione e di tanti confratelli e consorelle, che, sicuramente porterà entusiasmo e apertura al nuovo a cui il Signore sta guidandoci. Tutto questo richiede, comunque, da parte di tutta la Famiglia Comboniana una grande apertura di cuore, mente, creatività e impegno che affidiamo all’ intercessione del nostro grande fondatore San Daniele Comboni.

Maria, Donna del Vangelo insegnaci ad annunciare tuo Figlio Gesù nel nostro impegno ministeriale!

Sr. Luigia Coccia, smc                        P. Tesfaye Tadesse, mccj

Potete scaricare il libro seguendo questo link

Parrocchia missionaria e ministeriale

P Fernando MCCJ

“La Chiesa peregrinante per sua natura è missionaria” (AG 2; cfr. Mt 28, 16-20; Mc 16, 15-20), ma per sua natura è anche ministeriale (cfr. Rom 12, 4-8). Ministerialità e missione sono profondamente unite perché la missione si concretizza e si realizza attraverso la diversità di ministeri. Un ministero è un servizio per il bene comune o per lo sviluppo della missione della Chiesa. Pertanto, possiamo dire che la Chiesa è missionaria in quanto sostanzialmente ministeriale, servitrice. Nel contesto dell’anno della ministerialità che stiamo vivendo nell’Istituto, in questo articolo, ci soffermeremo in particolare sull’aspetto ministeriale e carismatico della missione evangelizzatrice della Chiesa nella parrocchia.

P Fernando MCCJ

Alla luce del Concilio Vaticano II sappiamo che ogni battezzato è chiamato ad essere evangelizzatore in quanto partecipa alle tre funzioni ministeriali di Cristo, Sacerdote, Profeta e Re, e ne condivide la missione (cfr. LG 30-38). I ministeri, in primo luogo, possono essere classificati in due grandi gruppi: Ministeri Laicali e Ministeri dell’Ordine Sacerdotale. Se si parte da una visione gerarchica della Chiesa e da una visione clericale della pastorale, i ministeri laicali vengono soffocati o ridotti a servizi di appoggio al sacerdote e alla sua missione. Di conseguenza, gli agenti pastorali diventano dei semplici collaboratori, degli aiutanti, dei “chierichetti del sacerdote” (altar boys) o, com’è successo in tante missioni, dei “mission boys”, sebbene si trattasse di adulti. Vi sono anche dei sacerdoti che dedicano gran parte del loro tempo ad attività proprie dei Fratelli o di altri ministeri laicali, lasciando poco tempo ai ministeri propri del loro sacerdozio.

Un’altra pratica diffusa è quella di dividere la parrocchia in zone pastorali, affidate, ciascuna, ad un sacerdote. Ognuno organizza e amministra la propria zona, la propria pastorale, la propria equipe, i propri progetti, la propria gente, la propria missione, il proprio denaro. Questa zona diventa un’area di sua proprietà, dove gli altri missionari non possono intervenire e sulla quale, a volte, nono possono neanche esprimere un’opinione. Ciascuno deve rispettare il territorio dell’altro. Il XVIII Capitolo Generale e la Evangelii Gaudium di Papa Francesco ci esortano ad entrare in un processo di conversione, per passare da modelli clericali e gerarchici della missione e della pastorale a modelli basati sui ministeri suscitati dallo Spirito Santo, a vivere lo spirito del Concilio Vaticano II. In virtù del battesimo tutti siamo uguali: discepoli di Gesù ma con diverse vocazioni e doni (cfr. LG 30). Utilizzando l’espressione creata dai vescovi latinoamericani ad Aparecida e utilizzata da Papa Francesco, affermiamo che siamo tutti discepoli missionari di Gesù Cristo (cfr. EG 119-121.130-131, Aparecida 184-224).

È importante sottolineare che il battezzato è, innanzitutto, un discepolo di Gesù Cristo e l’incontro con Gesù lo trasforma in missionario. Questo Gesù che lo ha affascinato, lo invia ad evangelizzare. “Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (EG 20). Ogni discepolo missionario dovrebbe far propria la passione di Paolo per la missione ed esclamare: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1 Cor 9,16). Evangelizzare non è solo un dovere, ma è soprattutto un diritto di ogni discepolo missionario di Gesù Cristo.

Oggi è fondamentale crescere nella pluralità e diversità ministeriale. I ministeri ordinati e laicali sono doni dello Spirito Santo, dati proprio perché siano complementari verso un fine comune: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12, 4-7). La missione oggi richiede modelli pastorali ministeriali. Una parrocchia missionaria ministeriale è dinamica perché, mediante l’ascolto dello Spirito Santo e la lettura dei segni dei tempi, scopre, concepisce, crea e sviluppa nuovi ministeri e strategie pastorali.

Qui di seguito, propongo due schemi pastorali basati sui ministeri, già operanti in diverse parti del mondo.

Non faccio menzione dei ministeri ordinati perché insiti nella vocazione sacerdotale, ma pongo l’accento sui ministeri laicali.

  • In alcune Comunità Ecclesiali di Base. 1. In relazione alla Parola di Dio: animatore biblico per coordinare la riflessione biblica nelle piccole comunità. 2. In relazione alla formazione della comunità: catechisti per la preparazione ai sacramenti e per l’accompagnamento anche dopo il sacramento. 3. In relazione alle celebrazioni liturgiche: ministri per l’accoglienza, cantori, lettori, accoliti, ministri straordinari dell’Eucaristia. 4. In relazione alla solidarietà sociale: formatori di coscienza politica e diritti umani, ministero di carità e solidarietà con i bisognosi, ministero per l’organizzazione e mobilitazione comunitaria.
  • Organizzazione per pastorali. Alcune parrocchie integrano la diversità di ministeri in tre pastorali: Profetica, Liturgica, Sociale. 1. Pastorale profetica: catechisti per la formazione di base ai sacramenti, maestri per dare una formazione continua a tutte le persone che esercitano un ministero, coordinatori per accompagnare i vari gruppi parrocchiali, scuola di pastorale e una pubblicazione periodica per la formazione di tutti i responsabili e della comunità parrocchiale. 2. Pastorale liturgica: ministri per l’accoglienza, cori, cantori, proclamatori della Parola, accoliti, ministri straordinari dell’Eucaristia, coordinatori dei gruppi di liturgia, attori per la rappresentazione del vangelo nelle Messe dei bambini. 3. Pastorale sociale: ministri della solidarietà e carità, visitatori degli ammalati, formatori della coscienza sociale, sui diritti umani e sulla dottrina sociale della Chiesa, ospitalità.

Perché una parrocchia ministerialmente organizzata funzioni bene è fondamentale poter contare su un consiglio parrocchiale che includa responsabili sia dei ministeri ordinati che di quelli laicali, affinché in comunione accompagnino il processo evangelizzatore, discernano i segni dei tempi per comprendere quali debbano essere le opzioni pastorali adatte al contesto e ai tempi attuali e quali i ministeri necessari per portare avanti il lavoro missionario. È altresì importante contare su una spiritualità che aiuti tutti gli evangelizzatori a conoscere e ad amare di più la propria vocazione di discepoli missionari di Gesù Cristo.
P. Fernando Mal GatKuoth

Fr. Alberto Parise: “Quale metodologia per la chiesa ministeriale?”

Alberto Parise
Alberto Parise

Nella serie di condivisioni e riflessioni che proponiamo in quest’anno dedicato alla ministerialità, non può mancare uno spunto sulla questione metodologica. In Evangelii gaudium (EG 24), papa Francesco illustra con cinque verbi gli elementi salienti di un agire ministeriale: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare, festeggiare. Ma dal punto di vista pratico, come si può mettere in pratica tutto questo in modo organico, sistematico? In questa riflessione suggeriamo che la metodologia del ciclo pastorale sia un patrimonio ecclesiale che molto ha da offrire a questo proposito.

Il ciclo pastorale

Il ciclo pastorale è un’evoluzione del metodo della “revisione di vita” messo a punto da Joseph Cardijn negli anni 1920, noto anche come “vedere – giudicare – agire”. Il presbitero belga, che veniva da una formazione sociopolitica, aveva sviluppato questo approccio nel contesto del suo ministero con il movimento della gioventù operaia cristiana, per un accompagnamento dei giovani in ambienti in cui proliferava l’orientamento socialista e comunista, con pregiudizi anticlericali. Aveva intuito, infatti, la necessità di un metodo adatto alla pastorale di una Chiesa in uscita.

La grande intuizione di Cardijn è stata quella di collegare scienze sociali e ministero pastorale, in un processo integrato. Nel tempo, questa metodologia si è diffusa in tutto il mondo cattolico, fino ad essere ufficialmente riconosciuta nell’enciclica Mater et magistra (1961) come la metodologia della pastorale sociale (n° 217 nella versione italiana dell’enciclica – curiosamente si trova al n° 236 della versione inglese del testo). In seguito, trova fortuna in America Latina, grazie al movimento della teologia della liberazione e continua a diffondersi in contesti diversi, adattandosi a luoghi e tempi particolari. Così oggi questa metodologia è conosciuta con nomi diversi (circolo pastorale, o ciclo, o spirale, ecc.) e viene articolata in quattro, cinque o anche sei fasi, ma fondamentalmente si tratta dello stesso metodo. Lo schema di base rimane quello del vedere – giudicare – agire. Ma poi si aggiunge un primo momento di inserzione, passaggio fondamentale per un approccio ministeriale. A questo fanno seguito l’analisi socioculturale (vedere), che fa uso delle scienze umane e sociali, e la riflessione teologica (giudicare), in cui ci si confronta con il Vangelo e la tradizione sociale della Chiesa. La fase dell’agire, poi, può venire formalmente articolata in vari passaggi per sottolineare l’importanza di alcuni aspetti che spesso vengono dimenticati o trascurati, come ad esempio la verifica e la celebrazione.

Attualità del ciclo pastorale: la forza dell’inserzione

Oggi è evidente che questa metodologia è preziosissima non solo per la pastorale sociale, ma per una qualsiasi iniziativa di tipo ministeriale. Anzitutto perché l’accompagnamento pastorale richiede di sviluppare relazioni che generano vita, di vedere l’esperienza umana, le situazioni, le problematiche della gente dal loro punto di vista, con empatia. Soprattutto, è fondamentale il saper cogliere il punto di partenza per un accompagnamento che porti alla rigenerazione delle persone e delle comunità, che generalmente è legato al loro vissuto, alla motivazione ed energia emotiva che può generare, e alla criticità della situazione. È grazie all’inserzione che un agente pastorale è in grado di cogliere tutto questo, di prendere l’iniziativa, uscire verso le periferie umane ed esistenziali e coinvolgersi. Dal punto di vista comboniano, l’inserzione è una caratteristica carismatica (cfr. Ratio missionis), in cui si esprime il fare causa comune e si coglie l’ora di Dio nel contesto in cui si svolge il ministero, specialmente nelle situazioni di crisi.

Un’analisi socioculturale che risveglia la speranza

Qui si innesta l’accompagnamento pastorale, da intendersi nella linea di rendere la gente protagonista del proprio cammino, superando paternalismi e situazioni di dipendenza (cfr. la rigenerazione dell’Africa con l’Africa). Si tratta di camminare con la gente verso una rigenerazione nel Risorto, un cammino di trasformazione che nasce dalle situazioni particolari in cui ci si trova. Situazioni che vanno comprese non solo al livello dei sintomi, ma delle cause profonde dei problemi. Quando una comunità, un gruppo umano non percepisce con chiarezza le cause della propria condizione di disagio, o di povertà, non è in grado di influenzarla significativamente e tende a scoraggiarsi, a rassegnarsi, a ripiegarsi nel proprio intimo per riconquistare un proprio spazio di controllo nella propria vita. Inoltre, rende appetibili grandi semplificazioni, letture fuorvianti della realtà, strumento oggi usatissimo per manipolare le persone in una logica di dominio. Ma quando comprende criticamente la propria condizione ed il contesto globale, rinasce la speranza e si riappropria del proprio potere di cambiare le cose.

La riflessione teologica: chiave della trasformazione

La fase di analisi aiuta anche a far emergere le proprie contraddizioni e dilemmi, che offrono un ottimo punto di partenza per una riflessione sull’esperienza, in chiave di fede, che completa il discernimento. Questa è la riflessione teologica che caratterizza il ciclo pastorale e che risulta in una decisione di intraprendere un corso d’azione. È davvero il punto di svolta del cammino di rigenerazione nel Risorto, un dono di grazia. Ed è anche il luogo in cui avviene il dialogo tra l’esperienza, il vissuto della gente, e le prospettive di senso che la guidano, che interpretano eventi e situazioni: un dialogo tra i valori culturali, una cosmo-visione e il Vangelo, o anche un processo che offre le condizioni per un’incarnazione del Vangelo. Si tratta di un momento propizio per la conversione del cuore, per la consapevolezza di un incontro autentico con il Risorto, scoprendo così anche una vocazione a rispondere alla situazione su cui si è riflettuto.

Come emerge anche nel Piano di Comboni (S 2742), questa riflessione porta a guardare alla realtà con gli occhi della fede e a rispondere con determinazione, concretezza e profezia agli inviti dello Spirito.

Lo stile collaborativo dell’azione

La fase dell’azione, infine, è piuttosto articolata. Solitamente richiede una programmazione e alle volte può anche richiedere tempo ed energie per attrezzarsi in modo da acquisire o sviluppare le necessarie competenze. L’accompagnamento ministeriale, infatti, richiede di facilitare una continua formazione e organizzazione dei gruppi e comunità con le quali si condivide il cammino, che è tanto più efficace quanto più è partecipato, a partire dalla stessa programmazione. È bene che questa preveda i meccanismi di monitoraggio e verifica, che altrimenti vengono facilmente dimenticati o ignorati.

L’approccio ministeriale si fonda sulla collaborazione di equipe pastorali, sulla sinodalità, sul fare rete e su di uno stile di servizio, tutto in un’ottica di processo condiviso. Chiaramente tutto questo non s’improvvisa, richiede organizzazione e atteggiamenti di apertura, umiltà e fiducia. Non è sufficiente agire, ma bisogna anche riflettere assieme su quello che si fa, su come lo si fa, sui risultati dell’azione, su quello che si sta imparando e soprattutto sulla presenza e azione di Dio lungo tutto il percorso. È nel momento della celebrazione che tutto questo emerge, si approfondisce, si arricchisce di nuova consapevolezza, di nuovi doni, di rinnovata ispirazione, come anche della possibilità di rigenerare relazioni e costruire comunione. Così si festeggia la vita donata e ricevuta lungo il percorso, che non significa tanto “celebrare dei successi”, quanto riconoscere che “le opere di Dio nascono ai piedi della croce”. Di qui viene lo slancio per inaugurare un ulteriore ciclo ministeriale.

In conclusione, si impongono due considerazioni: anzitutto il fatto che il ciclo pastorale, come metodologia ministeriale, richieda delle competenze che vanno acquisite e sviluppate. Non che tutti debbano sapere tutto, ma in un contesto di equipe ministeriale è bene che si riesca a padroneggiare un insieme articolato di strumenti, una sorta di “cassetta degli attrezzi”. E poi dobbiamo chiederci come possiamo facilitare l’acquisizione di queste competenze sia a livello di formazione di base, sia in missione, in un contesto di formazione permanente che tenga conto della specificità delle situazioni e dei bisogni.

Fr. Alberto Parise mccj