Dal 4 al 6 settembre nella casa generalizia dei Missionari Comboniani si è svolta l’assemblea dei Laici Missionari Comboniani Italia, prendendo spunto dall’icona biblica dei due discepoli di Emmaus che, in cammino, tristi e smarriti si allontanano da Gerusalemme.
Lo smarrimento è stato il nostro sentimento iniziale: la fatica dei nostri gruppi territoriali, la fatica di accompagnare i più poveri e abbandonati delle nostre realtà, la fatica della nostra vita quotidiana immersa in un mondo fragile, disorientato e violento.
Siamo arrivati smarriti e tristi e piano piano Gesù ha iniziato la terapia della SPERANZA! Prima di tutto abbiamo ascoltato nella preghiera iniziale la Parola di Dio e pezzi di una catechesi di Papa Francesco sui discepoli di Emmaus, poi la relazione della nostra equipe di segreteria, in seguito abbiamo ascoltato le voci delle nostre LMC in missione: Linda dal Kenya e Ilaria e Federica dal Mozambico e infine tutti i gruppi hanno tirato fuori la loro fatica usando delle carte del gioco DIXIT.
Dopo cena i saluti del padre Provinciale e del Superiore della casa e il collegamento zoom con Alberto, il coordinatore del Comitato Centrale, che ci ha aggiornato sul movimento internazionale LMC e sul processo del riconoscimento ecclesiale in corso con il Dicastero Laici Famiglia e Vita.
Il giorno seguente, abbiamo continuato con questo ascolto attivo, partendo sempre dalla Parola di Dio del brano biblico: cuori ardenti, occhi aperti e piedi in cammino e, dopo i saluti e una piccola riflessione di p. Gigi Codianni, superiore generale dei missionari comboniani, guidati da Sr. Maureen abbiamo conversato con lo Spirito a gruppi, tecnica usata pure al Sinodo sulla Sinodalità a Roma.
Durante la spiegazione sr. Maureen ha invitato 5 di noi a preparare il pane: acqua, lievito, ossigeno, sale e farina si dissolvono, vengono impastati e nasce una cosa nuova… il pane, fragrante, buono, caldo, ma ci vuole tempo, pazienza e la collaborazione di tante mani.
Nel pomeriggio, questa volta guidati da Dorotea (LMC realtà di Palermo) siamo partiti da una breve storia di Eduardo Galeano nel libro Parole in Cammino: “Sulle rive di un mare si ritira un vasaio negli anni della vecchiaia. Gli si velano gli occhi, gli tremano le mani, è arrivata la sua ora. Allora si compie la cerimonia dell’iniziazione: il vasaio vecchio offre al vasaio giovane il suo pezzo migliore. Così vuole la tradizione degli indigeni dell’America nord occidentale: l’artista che se ne va consegna il suo capolavoro all’artista che viene iniziato. Il vasaio giovane non conserva quel vaso perfetto per contemplarlo e ammirarlo, ma, lo butta per terra, lo rompe in mille pezzi, raccoglie i pezzetti e li incorpora nella sua argilla”.
Dorotea ci ha invitato a compiere una dinamica: scrivere delle parole, dei principi, dei valori fondamentali del nostro essere LMC; così ogni LMC ha scritto i suoi 7, poi ci siamo messi a coppie ma da 14 dovevano essere sempre 7, poi a gruppetti di 4, poi a gruppi più grandi e infine tutto il gruppo assembleare ha dovuto convergere solo su 7 parole, principi, valori fondamentali per tutto il movimento LMC ITALIA. CURA, ACCOGLIENZA, SPIRITUALITA’, MISSIONE, GIOIA, SOGNO, COMUNITA’: ecco i principi e i valori da cui vogliamo ripartire dopo lo smarrimento.
Dopo un breve pausa, abbiamo continuato con l’ascolto di una realtà italiana presente sul territorio di Roma, lo SPIN TIME, un grande palazzo occupato nel rione Esquilino, luogo che ha accolto l’incontro dei movimenti popolari mondiali nel 2025, esperimento di rigenerazione urbana, sociale e culturale.
La domenica mattina la nostra assemblea si è conclusa con la celebrazione eucaristica presieduta da p. John, nostro referente LMC, dove abbiamo portato sull’altare con Gesù, tutto il nostro vissuto di emozioni e riflessioni di questi intensi giorni di ascolto attivo, pronti come i discepoli di Emmaus a partire senza indugio e senza paura, ritornando nelle nostre realtà territoriali per essere lievito di pace e di speranza con la certezza che Gesù cammina con noi al nostro fianco.
Siamo tornate da quasi due mesi, dopo una rapidissima sosta italiana, e la missione ci ha travolto con le normali attività ed anche con un evento straordinario: il festeggiamento degli 80 anni di presenza dei Missionari Comboniani qui in Mozambico. Abbiamo speso molte energie per realizzare questo giorno e poterlo condividere con tante persone.
Stiamo continuando nei vari ambiti pastorali e sociali a portare il nostro contributo e la vostra premura, sempre tentando di raccogliere le suggestioni dello Spirito per camminare in mezzo al popolo Macua con significato e amore.
Intanto vi mandiamo un abbraccio e appena riusciremo, manderemo informazioni più dettagliate. Buon inizio del mese missionario e grazie che ci continuate a ricordare nelle vostre preghiere. Con stima e riconoscenza un abbraccio immenso
Quattro decine di Laici Missionari Comboniani italiani hanno trascorso il fine settimana del 5 e 6 settembre presso la Casa Generalizia dei Comboniani a Roma, riuniti per la loro assemblea annuale. Il Superiore generale padre Luigi Codianni ha lasciato loro un messaggio di gratitudine e di incoraggiamento a camminare insieme, sia a livello nazionale sia internazionale.
Carissimi,
è per me una grande gioia potervi incontrare qui, nella nostra casa di Roma, in occasione del vostro raduno. Vorrei anzitutto esprimervi la mia gratitudine per la vostra presenza, per il cammino che state facendo e, soprattutto, per il vostro impegno nella missione.
Vorrei iniziare proprio da un grazie. Grazie per ciò che siete e per ciò che fate; grazie per la vostra disponibilità, per il tempo che mettete a servizio della missione, per le vostre energie, le vostre competenze, la vostra passione e anche per le vostre famiglie, che spesso condividono e sostengono le vostre scelte missionarie.
La missione oggi non può essere pensata soltanto come compito di persone consacrate. La missione appartiene alla Chiesa e, nella Chiesa, appartiene a tutti i battezzati. Per questo la vostra presenza come Laici Missionari Comboniani (LMC) non è qualcosa di marginale o semplicemente complementare rispetto alla missione dei Missionari Comboniani. È una presenza che arricchisce la missione e che ci aiuta a comprendere sempre meglio che cosa significa essere Chiesa missionaria.
Una storia da custodire e da rinnovare
Vorrei anche riconoscere in voi una grande risorsa e un grande potenziale missionario laicale comboniano.
Gli LMC in Italia hanno una storia importante, costruita nel corso degli anni attraverso tante persone, tante esperienze, tante partenze e tanti ritorni, tanti momenti di entusiasmo ma anche, certamente, momenti di fatica e di difficoltà.
È una storia che non deve essere dimenticata. Una storia da custodire, ma non semplicemente da conservare.
Una storia viva è infatti una storia capace di rinnovarsi.
Il carisma di San Daniele Comboni non è un patrimonio da mettere in una teca e guardare con nostalgia. È un dono dello Spirito affidato alla Chiesa e che ogni generazione è chiamata a incarnare nel proprio tempo.
Per questo vi incoraggio a mantenere viva la vostra identità missionaria comboniana, cercando continuamente di comprendere come il carisma di Comboni possa essere vissuto oggi, nelle condizioni concrete del nostro mondo.
Essere fedeli al carisma non significa semplicemente ripetere ciò che è stato fatto in passato. Significa avere lo stesso cuore missionario di Comboni e, con quel cuore, saper leggere il presente e affrontare le sfide nuove.
Lasciarsi rinnovare dalla missione
Per questo vorrei esortarvi a rimanere aperti, disponibili e capaci di lasciarvi continuamente rinnovare dalla missione.
Viviamo in un mondo che cambia rapidamente. Cambiano le società, cambiano le Chiese, cambiano le situazioni politiche ed economiche, cambiano le modalità di comunicazione e anche il modo in cui le persone vivono la fede.
Anche la missione, quindi, ci chiede di cambiare.
Non possiamo limitarci a ripetere schemi conosciuti. Siamo chiamati a discernere i segni dei tempi e a domandarci continuamente: dove ci sta chiamando oggi il Signore? Di che cosa ha bisogno la missione? Dove possiamo mettere a disposizione ciò che siamo e ciò che abbiamo ricevuto?
In questo senso, la vostra esperienza missionaria internazionale è una grande ricchezza.
I LMC italiani hanno assunto responsabilità importanti in diverse parti del mondo: in Brasile, Perù, Messico, Kenya, Mozambico e Repubblica Centrafricana. Queste presenze non devono essere considerate semplicemente come singole esperienze personali. Esse fanno parte di un cammino più grande e rappresentano una responsabilità per tutta la famiglia comboniana.
La missione, infatti, ci chiede di uscire da noi stessi e dalle nostre sicurezze. Ci chiede di essere disponibili a partire, ma anche disponibili a cambiare, ad ascoltare, a imparare dalle Chiese locali e dalle persone con cui condividiamo la vita.
Il missionario non arriva per portare tutto già deciso. Arriva per incontrare, ascoltare, condividere e costruire insieme.
Una famiglia missionaria che deve crescere nella comunione
Vorrei poi invitarvi a fare un ulteriore passo nel rafforzamento della vostra comunione.
Avete una dimensione nazionale, ma siete parte di una realtà che è ormai chiaramente internazionale. E questa dimensione internazionale è una grande ricchezza, ma comporta anche una responsabilità.
Dobbiamo evitare il rischio che ogni gruppo, ogni Paese o ogni realtà proceda semplicemente per conto proprio.
Essere LMC significa sentirsi parte di una realtà più grande. Significa poter dire: questa è la mia comunità, questo è il mio gruppo, ma questa è anche la mia famiglia missionaria internazionale.
Per questo è importante lavorare maggiormente sulla coesione tra i diversi gruppi, favorendo la conoscenza reciproca, la comunicazione, la condivisione delle esperienze e anche una maggiore corresponsabilità.
E la corresponsabilità non può essere soltanto pastorale. È anche economica.
Quando diciamo di essere una famiglia, dobbiamo essere disposti anche a farci carico delle difficoltà degli altri. Non possiamo pensare soltanto alle necessità della nostra realtà locale. Dobbiamo avere uno sguardo più ampio e domandarci come sostenere anche gli LMC che vivono situazioni di maggiore fragilità in altre parti del mondo.
Questa solidarietà concreta è una delle espressioni più belle della fraternità missionaria.
Camminare insieme a livello nazionale e internazionale
Vorrei inoltre sollecitarvi a mantenere una buona armonia tra le decisioni che prendete a livello nazionale e il cammino che gli LMC stanno facendo a livello internazionale.
Penso in particolare alle decisioni e agli orientamenti emersi dall’ultima Assemblea di Maia, in Portogallo.
Il cammino internazionale non deve essere percepito come qualcosa di lontano dalla realtà italiana. Al contrario, dovrebbe diventare un punto di riferimento per tutti.
Siamo chiamati a camminare insieme, riconoscendo che le diverse realtà nazionali hanno certamente le proprie caratteristiche, ma appartengono a un’unica famiglia e condividono una stessa vocazione missionaria.
Questo è particolarmente importante anche in questo momento, nel quale è in corso il processo di riconoscimento degli LMC come Associazione Internazionale di Fedeli da parte del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.
Si tratta di un passaggio importante, che chiede maturità, senso ecclesiale e capacità di assumersi responsabilità.
Per questo è importante che le realtà nazionali sappiano confrontarsi, dialogare e armonizzare il proprio cammino con quello internazionale.
Rafforzare il senso di appartenenza
Vorrei anche ricordarvi un aspetto che considero fondamentale: il senso di appartenenza.
Non è sufficiente essere LMC perché si partecipa a qualche attività missionaria o perché si è vissuta un’esperienza in missione.
Essere LMC significa appartenere a una realtà, condividere un cammino, riconoscersi in una vocazione e sentirsi responsabili gli uni degli altri.
Il senso di appartenenza non nasce automaticamente. Deve essere coltivato.
Per questo è importante una costante opera di animazione, accompagnamento e formazione. È necessario aiutare le persone a comprendere sempre meglio che cosa significhi essere Laici Missionari Comboniani e accompagnarle nelle diverse fasi della loro vita e del loro cammino.
Questo vale soprattutto per i giovani e per coloro che si stanno avvicinando alla realtà degli LMC.
Abbiamo bisogno di una vera promozione vocazionale missionaria laicale. Non possiamo aspettare semplicemente che le persone arrivino. Dobbiamo andare loro incontro, raccontare la bellezza della missione, testimoniare ciò che significa vivere il Vangelo nella quotidianità e mostrare che anche oggi esiste una chiamata missionaria per i laici.
La missione ha bisogno di vocazioni. E ha bisogno di vocazioni mature, generose, disponibili e capaci di vivere la missione non come un’esperienza individuale, ma come un cammino ecclesiale.
La missione ha bisogno dei laici
Vorrei infine sottolineare una convinzione che considero particolarmente importante: oggi, forse più che in passato, la missione ha bisogno dei laici e delle laiche.
Ha bisogno delle loro competenze professionali, della loro esperienza, della loro creatività, della loro capacità di stare dentro la società e di entrare in relazione con ambienti nei quali noi religiosi spesso facciamo più fatica a entrare.
Ma soprattutto la missione ha bisogno della loro testimonianza.
Il mondo non ha bisogno soltanto di persone che parlino di missione. Ha bisogno di uomini e donne che sappiano vivere il Vangelo dentro la vita quotidiana, nel lavoro, nella famiglia, nella società, nelle relazioni, nelle situazioni concrete in cui si trovano.
Per questo la vostra vocazione non è una semplice collaborazione con noi Missionari Comboniani. È una vocazione missionaria a pieno titolo.
Noi siamo chiamati a riconoscerla, accompagnarla, valorizzarla e farla crescere.
Una collaborazione che ci arricchisce reciprocamente
Da parte nostra, vorrei assicurarvi che i Missionari Comboniani continueranno a essere aperti e disponibili a questa vostra presenza e collaborazione.
Ma vorrei anche dirvi qualcosa di più: non consideriamo la vostra presenza soltanto come un aiuto che voi date a noi.
Anche noi riceviamo molto da voi.
La vostra presenza ci interpella. Ci aiuta a guardare la missione da prospettive diverse. Ci ricorda che il Vangelo deve entrare nella vita concreta delle persone e delle famiglie. Ci aiuta a comprendere che il carisma comboniano può essere vissuto in forme diverse e complementari.
Per questo dobbiamo imparare sempre più a camminare insieme, non gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri.
È questa, a mio avviso, la sfida che abbiamo davanti: passare dalla semplice collaborazione alla vera corresponsabilità nella missione.
Guardare al futuro con speranza
Carissimi LMC, avete una bella storia alle spalle, ma soprattutto avete davanti un futuro da costruire.
Non abbiate paura delle difficoltà. Non abbiate paura dei cambiamenti. Non abbiate paura di porvi domande nuove.
Abbiate invece il coraggio del discernimento, il coraggio di sognare, il coraggio di assumervi responsabilità e il coraggio di rinnovare ciò che deve essere rinnovato.
San Daniele Comboni ha creduto nella possibilità di una missione che sembrava impossibile. Ha avuto il coraggio di guardare oltre le difficoltà del suo tempo e di affidarsi a Dio.
Anche a noi oggi è chiesto di avere questo stesso coraggio.
Ringraziate, dunque, per la storia ricevuta.
Custodite ciò che è prezioso.
Rinnovate ciò che deve essere rinnovato.
Condividete le responsabilità.
Costruite una maggiore unità tra voi.
Apritevi alla dimensione internazionale.
E soprattutto continuate a lasciarvi guidare dallo Spirito, perché è Lui il vero protagonista della missione.
Da parte nostra, come Missionari Comboniani, desideriamo continuare a camminare con voi, mettendo in comune ciò che siamo, ciò che abbiamo e ciò che il Signore ci ha affidato.
Affidiamo questo vostro cammino a San Daniele Comboni, perché continui a ispirarvi e ad accompagnarvi nelle scelte che siete chiamati a compiere.
E affidiamoci anche alla Madre di Dio, nostra Madre, perché interceda per ciascuno e ciascuna di voi, per le vostre famiglie, per le vostre comunità e per tutti gli LMC del mondo.
Che il Signore vi benedica, vi accompagni e vi renda sempre più testimoni gioiosi e credibili del Vangelo e della missione.
Vi scriviamo dal nord del Mozambico per condividere la gioia e le sfide del nostro servizio missionario, reso possibile dalla vostra preghiera e dal continuo e prezioso sostegno. Stiamo puntando le nostre energie su progetti di promozione in vari campi: alfabetizzazione, formazione alle mamme e ai giovani, autosufficienza ed economia. Maria Augusta è la protagonista del lavoro con gli alunni della scuola primaria che hanno serie difficoltà di scrittura e lettura. Due volte al giorno accoglie soprattutto bambine che per un paio di ore apprendono e consolidano quello che non riescono a fare in tre ore di scuola in una classe di cento alunni. Ilaria pensa alla formazione economica, aspetto importante in un contesto culturale che non conosce il concetto di risparmio e dove la tradizione è di spendere nell’immediato ciò che si guadagna; un’opera di pazienza sapendo di non poter conseguire in breve tempi i frutti sperati. Federica pensa alla formazione dei giovani perché sono il futuro di questo paese. Se fino a poco tempo fa erano i protagonisti degli incendi nella savana e dei blocchi stradali a causa dell’insoddisfazione politica, oggi con loro si punta all’interiorizzazione di valori come la pace, la custodia dell’ambiente e la possibilità di pensare e progettare con creatività un futuro migliore.
Le sfide che affrontiamo sono alquanto ardue: la povertà e la distruzione provocate da un ciclone, come successo di recente, non si spazzano via con un veloce colpo di spugna, ma pensiamo che costruire sulle persone e con le persone possa dare risultati positivi. Per questo puntiamo ogni giorno a lavorare per trasformare la vita delle persone attraverso la formazione pratica e l’educazione. Nella scuola secondaria di Carapira offriamo inoltre un’intensa formazione ai valori umani ed evangelici; l’insegnamento include una parte teorica e una di laboratorio. In più ci adoperiamo perché questi 250 alunni, che vivono lontani dalle rispettive comunità, non perdano la formazione catechetica.
Facciamo questo ogni venerdì, vivendo con loro un cammino annuale arricchito da ritiri e uscite incontrando esperienze di vita. Siamo felici di partecipare anche al dinamismo delle 99 comunità di Carapira; la parrocchia include oltre al centro cinque regioni e 21 zone pastorali. Quello che ci prefiggiamo di realizzare è rendere le persone il più possibile autonome nel gestirsi. Siamo estremamente convinte che non è dando cose o denaro che risolviamo le situazioni. Certo serve anche l’aiuto pratico ma questo, se non è supportato da formazione e da un cammino di consapevolezza, rende le persone dipendenti. Con tutte noi stesse cerchiamo di non far sorgere ingiustizie in un paese che ne ha già viste molte e di condividere, con loro, la nostra vita quotidiana. Il contesto è difficile: corruzione e discriminazione di ogni genere e poche possibilità di lavoro.
Tutto questo contrasta con le molte risorse di materie prime che, invece di essere ricchezza per il Mozambico, diventano interesse dei paesi stranieri, Italia compresa. A Nampula, a un’ora da noi ci sono ancora campi profughi dove vive chi è fuggito dal terrorismo di matrice islamica tuttora in atto a Cabo Delgado. Una violenza prodotta non tanto per ragioni religiose quanto per il controllo del territorio. Noi ci mettiamo in gioco nella nostra realtà in base a un discernimento comunitario. E la resilienza della nostra gente ci invoglia a continuare a farlo. Attualmente stiamo seguendo il progetto di lotta contro la denutrizione aiutando 40 mamme ad aver cura dei loro piccoli che, altrimenti, rischierebbero di morire per mancanza di cibo. Abbiamo inoltre pianificato la sistemazione della cucina della scuola secondaria che si trova in grande precarietà soprattutto per le conseguenze di anni di affumicamento. Un degrado che ha un risvolto nella salute degli alunni e del personale scolastico. Siamo riconoscenti a tutti coloro che contribuiscono alla nostra attività moralmente e materialmente. Condividete in tal modo l’opera di testimonianza e di amore che ci aiuta a trasformare la nostra vita e quella della gente che ci ha accolto. Muito obrigada (grazie in portoghese)!
Koxukhuru vanjene (grazie molte, in lingua macua)!
Mi chiamo Luca, ho 24 anni e, un paio di mesi fa, ho avuto la fortuna di vivere un’intensa esperienza di missione in Mozambico, più precisamente a Carapira, dove, grazie all’accoglienza dei padri e delle laiche missionarie comboniane, ho avuto l’opportunità di incontrare e conoscere il popolo Macua.
Sono partito per questa esperienza il 18 agosto, insieme a Ilaria e Federica, due missionarie che da quasi due anni dedicano il loro servizio a quella che ormai è diventata la loro casa: Carapira. Ho avuto la fortuna di incontrarle e conoscerle due anni fa a Modica, in Sicilia, poco prima della loro partenza.
Quell’incontro mi colpì profondamente e, fin da subito, iniziò a maturare in me il desiderio di raggiungerle in terra di missione, sicuramente per mettermi al servizio, ma soprattutto per incontrare, conoscere e lasciarmi attraversare dalla bellezza e dall’umanità che caratterizzano questi luoghi. Così, quest’estate, Federica e Ilaria, dopo un breve periodo trascorso in Italia, accolsero con gioia ed entusiasmo la mia richiesta di poterle seguire.
Ed ecco che, dopo un viaggio aereo caratterizzato da mille peripezie, tra voli persi e cancellati, arrivammo finalmente in Mozambico, a Carapira.
Fin da subito rimasi profondamente colpito dall’accoglienza della comunità locale. Dopo essermi presentato durante la prima messa a cui presi parte, incespicando con il mio portoghese, per tutti diventai “Mano Lucas”, ossia “fratello Luca”. Ben presto anch’io iniziai a chiamare “mano” e “mana” chiunque incontrassi; addirittura imparai a chiamare “mamà” e “papà” le persone più grandi di me, entrando così in una dimensione di familiarità e di comunità, forse mai sperimentata prima, che mi faceva sentire accolto e mi faceva stare bene.
L’incredibile accoglienza che ricevetti mi fece sentire a mio agio fin dal primo momento e mi aiutò molto anche a inserirmi, pur restando sempre in punta di piedi, nella quotidianità e nella realtà di Carapira. Le prime settimane le dedicai soprattutto all’osservazione, alla conoscenza e al tentativo di comprendere meglio il contesto in cui mi trovavo, per capire come poter offrire il mio contributo nel poco tempo che avevo a disposizione. Ben presto mi resi conto che, per riuscirci, dovevo smettere di pensare soltanto con la mia testa e imparare invece ad aprire il cuore, affidandomi all’amore di Dio.
Fu così che, una mattina, mentre mi stavo ancora riprendendo da due giorni di febbre, vennero a trovarmi alcuni bambini del bairo (villaggio). Avevano saputo che non stavo molto bene e, senza esitazione, erano corsi a portarmi un po’ di allegria e a tirarmi su di morale. Oltre a farmi compagnia, furono proprio loro ad affidarmi quella che poi sarebbe diventata la mia missione: mi chiesero di aiutarli a studiare matematica.
Purtroppo, a Carapira molti bambini fanno fatica a imparare realmente qualcosa a scuola. E come biasimarli? Ci sono tutti i presupposti per rendere questo percorso estremamente difficile: solo tre ore di lezione al giorno, classi di circa novanta bambini con un solo insegnante, aule troppo piccole, assenza di banchi e sedie, caldo soffocante e, in alcuni casi, la mancanza persino di penna e quaderno. Il risultato è che molti restano indietro, arrivando a non saper fare semplici addizioni o addirittura a essere analfabeti, nonostante frequentino la scuola da anni.
Eppure, la voglia di uscire da questa situazione e il desiderio di imparare sono grandi.
Non appena mi fui ripreso del tutto, iniziammo questa avventura. Gli strumenti a disposizione erano pochi — qualche foglio e alcune penne — e gli spazi erano quelli che erano. Così cominciammo a incontrarci nei pressi della grande chiesa di Carapira, sedendoci per terra e usando i muri della stessa come schienale. Ci sistemavamo dove c’era ombra: la mattina da un lato, il pomeriggio dall’altro, spostandoci di ora in ora per sfuggire ai raggi diretti del sole.
In un batter d’occhio la voce si sparse e furono in molti che preferirono “abbandonare” per qualche ora della giornata il pallone, per venire a studiare un po’ di matematica in compagnia.
Come dico sempre, non per modestia ma perché è la verità, ciò che questi bambini sono riusciti a insegnare a me nelle giornate trascorse insieme è stato molto più di quello che io sono riuscito a insegnare a loro. Poterli osservare, conoscere, essere loro amico — o, come direbbero loro, “fratello” — è stata una grande fortuna, che conserverò sempre nel cuore e che mi ha profondamente arricchito. L’incontro con la diversità porta sempre a nuove scoperte che nutrono lo spirito; porta a prendere consapevolezza di aspetti di sé che altrimenti difficilmente emergerebbero e, soprattutto, aiuta a comprendere che, nonostante le mille differenze, in fondo siamo tutti molto più simili di quanto si pensi. Solo quando si arriva a questa consapevolezza diventa davvero possibile parlare di “fraternità globale”. Se solo riuscisse a comprenderlo chi governa questo mondo folle…
Tornando alla mia esperienza, potrei raccontare moltissimi altri momenti significativi vissuti in quei due mesi: dalla bellezza della vita comunitaria sperimentata con i missionari comboniani, a cui sarò sempre grato, all’intensità della fede gioiosa e autentica del popolo mozambicano, fino ai tanti incontri nelle piccole comunità sparse nella natura e molto altro ancora.
Ma non mi dilungherò oltre, anche perché per raccontare tutto questo avrei bisogno di pagine e pagine.
Tuttavia, in chiusura, ci tengo a condividere una riflessione che, durante i giorni trascorsi in Mozambico, ho maturato innanzitutto nei confronti di me stesso e, forse, più in generale, della “tribù bianca”, come la definisce padre Alex Zanotelli.
Questa riflessione è nata nel momento in cui, dopo pochissimo tempo dall’inizio della missione, ho iniziato ad accorgermi che chi stava ricevendo maggiormente aiuto ero proprio io. Paradossalmente, colui che più di tutti veniva aiutato era proprio chi era partito per aiutare e che forse, peccando un po’ di presunzione, non si sentiva nemmeno così tanto bisognoso. Questa scoperta fece crollare molte delle mie convinzioni e, senza dubbio, mi permise di ripartire con uno spirito nuovo. Era lo spirito di chi, consapevole dei propri limiti, desidera ricevere aiuto, desidera sentirsi accolto e toccato dall’amore di Dio, per poterlo custodire e poi ridonare, in una forma nuova, a chi lo circonda. D’altronde, è solo dopo essere stati aiutati che, seguendo l’esempio, possiamo aiutare gli altri, restituendo l’amore ricevuto e creando una spirale di bene che si autoalimenta.
Credo, quindi, che il riconoscersi “bisognosi”, nonostante tutti i nostri agi e tutto ciò che possediamo, sia la strada per riuscire ad accogliere davvero l’amore di Dio e il primo passo da compiere, per mettersi davvero al servizio degli altri.
Ecco allora ciò che più mi ha insegnato la missione e, di conseguenza, l’augurio che faccio a chiunque leggerà questo articolo: provare ad abbandonare le proprie presunzioni e imparare a riconoscersi come bisognosi, per riuscire davvero a incontrare l’Altro, che è Dio.
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