Laici Missionari Comboniani

Minerale di ferro, viaggio senza ritorno

Brasil“Minerale di ferro, viaggio senza ritorno: dall’Amazzonia brasiliana alle industrie automobilistiche tedesche” è il titolo di una produzione cinematografica, promossa dalla “Rede Justiça nos Trilhos” e finanziata da Misereor, un’organizzazione di vescovi cattolici tedeschi che da cinquant’anni lavora per combattere la povertà in Africa, Asia e America Latina. Il filmato racconta, in 28 minuti, il quotidiano delle comunità che subiscono l’impatto del “Programa Grande Carajás”, il più grande progetto di estrazione del minerale di ferro del mondo, negli stati brasiliani del Maranhão e del Pará.

Misereor appoggia i progetti portati avanti dalla “Rede Justiça nos Trilhos”, una rete di comunità colpite dai progetti minerari nel nord del Brasile: organizzazioni, gruppi pastorali, movimenti sociali e gruppi di ricerca accademica che perseguono la giustizia ambientale in quella regione. Questa Rete ha anche l’appoggio dei Missionari Comboniani.

Il documentario riflette sul processo di estrazione ed esportazione del minerale di ferro dalla Serra de Carajás, nello stato del Pará, al porto di São Luís, nello Stato del Maranhão. Sono circa cento le comunità che subiscono i vari impatti e le conseguenze di questo percorso del ferro, come l’espulsione delle famiglie dalle loro terre, l’inquinamento dell’aria e dell’ambiente e gli incidenti.

Più del cinquanta per cento del minerale di ferro della Germania proviene dal Brasile, ma le industrie automobilistiche non hanno interesse a verificare se le materie prime per la produzione si portano dietro una serie di violazioni dei diritti umani e di ingiustizia ambientale.

Questo documentario solleva interrogativi, provoca e indica nuove strategie di azione congiunta nella catena di produzione dell’acciaio.

Il seme germoglia e cresce da solo

CommenImagen 027tario a Mc 4, 26-34; XI Domenica del Tempo Ordinario, 14 giugno

Finito il tempo di Pasqua (Quaresima, Pasqua, Pentecoste) e le grandi solennità della Santissima Trinità e del Corpus Domini, ritorniamo adesso al tempo ordinario, in cui seguiamo la lettura continuata di uno dei vangeli, in questo anno, quello di Marco. Siamo ormai alla undicesima domenica di questo tempo ordinario e, anche se nella liturgia si legge appena un piccolo brando del capitolo quarto,  io v’invito a leggere tutto il capitolo, per cos’ cogliere l’dea di quello che l’evangelista ci vuole trasmettere.  Da mia parte, dopo aver fatto questa lettura, condivido con voi due riflessioni:

lago de galilea (jerez)

  • Una folla “lungo la riva” del lago Galilea

Come sappiamo, Gesù stabilì il suo centro d’azione per un po’ di tempo a Cafàrnao, una piccola città costiera del lago di Galilea. Lì la sua presenza causò molto entusiasmo e la gente si stringeva per avvicinarsi a lui e ascoltarlo, poiché la sua parola era di una chiarezza, semplicità a rilevanza tali che “riscaldava il cuore”. Gesù, contadino tra contadini, pescatore tra pescatori, operaio tra operai, si sentiva al suo agio con quella gente umile, sottomessa a grandi sofferenze e difficoltà, affamate di verità e di senso, che non trovavano risposte in tradizioni religiose rutinarie, sclerotizzate, che dicevano niente alla loro vita concreta. Gesù, a partire da una vicinanza affettiva alle loro preoccupazioni e lotte e dalla esperienza contemplativa del deserto, entrava in comunione con loro e si “spandeva” in narrazioni paraboliche, che spiegavano i misteri del Regno di Dio in un linguaggio legato al lavoro de campo, del mare e della vita quotidiana.

Se me permettete un’esperienza personale,  ricordo quando ho cominciato a predicare nel mio paese natale nella lingua locale. A quel tempo in chiesa si parlava la lingua ufficiale, la lingua delle autorità e della burocrazia statale. Alcune persone, con le lacrime agli occhi, mi dicevano: “Mi sembrava di ascoltare il mio nonno conversare nella cucina”. Parlare la lingua del popolo in chiesa sembrava una rivoluzione teologica, perché a quel tempo succedeva una cosa strana: la gente s’avvicinava alla chiesa parlando nella sua lingua delle cose della vita, ma appena passavano la porta della chiesa, si cambiava dizionario e struttura mentale: il prete parlava in una lingua formalizzata e rigida, lontana dalla vita, che era rimasta fuori della porta… Invece, la verità del Vangelo ha da fare più con la vita che con i libri. Penso che tutti noi che abbiamo qualche responsabilità nella trasmissione del Vangelo (genitori, professori, suore, catechisti, preti…) dobbiamo contemplare bene questo modello del Maestro che parla in parabole, che esprime la grande Parola di Dio nelle parole e categorie della vita ordinaria della gente. E bisogna ricordare che la vita spirituale non consiste in usare parole raffinate e molto precise, ma in una vira di fede nelle faccenda ordinarie della vita.

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  • Il seme cresce “spontaneamente”

Scusatemi quest’obvietà, ma mi sembra che qui risiede la chiave per capire il messaggio di Gesù oggi: “Il seme germoglia e cresce…il terreno produce spontaneamente prima lo stello, poi la spiga. Poi il chicco”.

Gesù ci dice che il Regno di Dio è come un seme che Dio semina nel nostro cuore, nella nostra comunità, nella nostra famiglia… a cresce da solo, nella misura in cui viene accolto dalla terra. Per il seme dare germogliare, crescere e dare frutto, no serve spingere lo stelo in alto, come se si volesse farlo crescere dal di fuori. Il seme ha la sua energia interiore e deve crescere  per la fecondità che Dio a seminato nel suo interiore.

Non vi sembra che alcuni genitori sembrano a volte far crescere i suoi figli forzatamente, come chi vuole spingere la spiga a dare il grano o dare un frutto che non si corrisponde con la sua vocazione personale? Non vi pare che qualche volta, nella vita di famiglia o di comunità, vogliamo forzare le persone a diventare quello che non sono, secondo i doni che Dio ha dato loro? Non ci succede a noi stessi che vogliamo apparire come infallibili o perfetti in un sforzo contro natura che ci fa diventare amareggiati, ipercritici e negativi?

Mi sembra che, con la parabola del seme che cresce da solo, Gesù ci invita, non certo a essere indifferenti, passivi o pigri, ma serene e fiduciosi; fiduciosi nel seme di Verità e di Amore che Dio ha seminato in noi e attorno a noi. Questa verità e Amore crescono e danno frutti di buone opere, anche se noi non sempre sappiamo come. Il nostro lavoro consiste in coltivare la terra e liberarla da spine e sporchizie che possano impedire il seme germogliare e crescere.

P. Antonio Villarino

Roma

 

Messaggio di P. Enrique per la festa del Sacro Cuore

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“Chiediamo la grazia di diventare dei consacrati gioiosi e felici perché portatori nel cuore del tesoro di quell’amore che sgorga dal Cuore trafitto del Signore che san Daniele Comboni scoprì come fondamento su cui costruire la sua missione e al quale si affidò senza mettere limiti. La fiducia nel Cuore di Gesù diventi anche per noi sorgente perenne di un amore che ci aiuti a vivere la nostra consacrazione come il dono più bello che ci sia stato concesso. Buona festa del Sacro Cuore”. P. Enrique Sánchez G. mccj, Superiore Generale.

 

Consacrati nel Cuore di Gesù

Le parole consacrazione e consacrati, con tutti i loro sinonimi, hanno la possibilità di essere approfondite e integrate nella nostra vita, in modo particolare durante quest’anno destinato alla vita religiosa o consacrata, nella misura in cui ci concediamo un momento per la riflessione e, forse, ancora di più, per il ringraziamento per questo dono.

Allo stesso tempo, queste parole rischiano di svuotarsi del loro significato e della ricchezza di cui sono portatrici, se non le confrontiamo con l’esperienza della nostra vita; se non diamo, con la nostra vita, un senso autentico a quello che affermiamo con le parole.

Siamo consacrati. Basta poco per fare quest’affermazione che, però, non appare così evidente quando chiediamo alla nostra testimonianza di vita di esprimere il contenuto di quella che è stata la scelta della nostra vita.

Anche se va detto subito che ci sono esempi estraordinari, molto vicini a noi, di persone che della consacrazione hanno fatto un tesoro e la cui vita si è trasformata in una luce capace di penetrare le tenebre più oscure, oggi abbiamo bisogno di fermarci e chiederci quanto la nostra consacrazione a Dio definisce e caratterizza la nostra identità e il nostro agire.

Riflettere sulla nostra consacrazione può diventare un’occasione straordinaria per appropriarci meglio di ciò che vogliamo dire quando ci riconosciamo persone consacrate a Dio per la missione.

 

La nostra consacrazione missionaria

Come aiuto per la nostra riflessione, in particolare in occasione della festa del Sacro Cuore, mi piacerebbe condividere con voi alcuni brevi pensieri che possano essere delle provocazioni a chiederci quanto e come stiamo vivendo la nostra consacrazione religiosa e missionaria.

Papa Francesco ci ha invitato a fare un esercizio di memoria, per riconoscere nel passato il dono della nostra chiamata, del nostro carisma, lasciando scaturire dal profondo del nostro cuore la gratitudine, la riconoscenza per questo dono. Ci ha raccomandato di contemplare il presente della nostra consacrazione per viverla con passione, senza fare calcoli, con la generosità e l’entusiasmo del primo momento, quando nel silenzio complice di Dio abbiamo sentito pronunciare il nostro nome e sognato una missione senza frontiere.

Il Papa ci ha chiesto di guardare al futuro con speranza, che vuol dire fiducia in Dio, nella sua vicinanza, nella certezza che Lui continua a custodire nel suo cuore un progetto per l’umanità che nessuno potrà impedire, perché sarà sempre un progetto d’amore e l’amore non si ferma di fronte agli ostacoli.

Vivere la nostra consacrazione missionaria in questo modo ci porta a riscoprire, a fare di nuovo l’esperienza della gioia del primo momento della nostra chiamata, e a dire con semplicità, Signore, quanto sei stato grande fissando il tuo sguardo su di me! Non potevi farmi un dono più straordinario.

Essere missionario è stata la scelta migliore che hai fatto per me; grazie, perché sei rimasto fedele e perché quello che mi è accaduto tanti anni fa continua a mantenere la sua freschezza.

Grazie per un presente missionario che ci sfida. La tua chiamata a volte rischia di essere oscurata da tanti ostacoli che troviamo sul nostro cammino. Ci manca la tua passione, il tuo ardore, il tuo coraggio per non lasciarci vincere dall’indifferenza del nostro tempo, dal consumismo che ci circonda, dall’edonismo superficiale che ci assale con le sue trappole, che fanno crescere l’egoismo e la superficialità.

Abbiamo bisogno di passione missionaria, prima di tutto per credere in te con tutto il nostro cuore, per scoprirti presente nel fratello che soffre, nella sorella che è maltrattata, nel giovane condannato a vivere senza la possibilità di sognare un futuro degno, per uscire dalle nostre sicurezze e dalle nostre comodità.

Signore, ci fa bene riconoscere con umiltà e semplicità che ci manca la passione che non ha paura del sacrificio, della rinuncia, dell’abbandono, quella passione che permette di lasciare tutto per fare di te e della tua missione il tutto della nostra vita.

Ci hai dato una vocazione che fa di noi dei privilegiati, perché hai scelto per noi, come luogo per incontrarti, i più poveri, i lontani, quelli che non contano agli occhi dei nostri contemporanei.

“La speranza di cui parliamo – dice il Papa – non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia” (2Tm 1,12).

E noi vogliamo vivere nella speranza, non possiamo non farlo, quando siamo stati testimoni della tua fedeltà, della tua fiducia, della tua premura verso di noi. Non ci spaventa il domani perché sappiamo che tu ci hai preceduto e hai preparato un domani che sarà completamente diverso da quello che avremmo potuto costruire con le nostre forze e con le nostre risorse.

Non abbiamo paura di diminuire, di morire, perché siamo convinti che dove sei presente la vita non può che vincere e che sarai sempre tu a scrivere la bella storia della missione che diventerà anche la nostra.

 

Una consacrazione nei piccoli e grandi dettagli

Quando si parla di consacrazione, mi piace dire che ci riferiamo ad un’esperienza, a una vita che portiamo avanti nei piccoli e grandi dettagli della nostra esistenza, nel quotidiano del nostro agire e nel realizzare il sogno che portiamo nel cuore come ideale che ci spinge ad andare sempre più lontano.

Mi piace dire che essere consacrati non è altro che accettare con gioia che la nostra vita è nelle mani di Colui che ci ha fatto vivere. È accettare che siamo proprietà del Signore, che siamo o stiamo diventando dono di Dio per l’umanità.

Quante volte abbiamo sentito dire che il consacrato o la consacrata sono persone che liberamente hanno accettato di rinunciare a tutto per permettere a Dio di realizzare il suo sogno di amore per l’umanità.

È bello pensare così, perché ci aiuta a capire che la consacrazione non è un’opera che nasce dalla nostra volontà o dalle nostre capacità, ma un’esperienza di grande libertà, di generosità e soprattutto di profonda docilità.

 

Che cosa vuol dire consacrarsi a Dio?

Consacrarsi a Dio vuol dire educare il nostro cuore a vivere sempre aperto e disponibile a quello che Lui vorrà fare di noi. In questo senso, consacrazione è sinonimo di abbandono, di obbedienza e di coraggio, perché con il Signore si sa dove comincia l’avventura, ma non si sa fino a dove ci condurrà.

Parlare di consacrazione significa entrare in un mondo in cui i nostri parametri non funzionano più, perché si entra nel mondo del mistero di Dio, che spezza tutte le nostre logiche e i nostri calcoli e capovolge tutto, diventando Lui il protagonista della nostra storia e il padrone della nostra esistenza.

E qui ci vengono in mente tante frasi del Vangelo: “Non siete voi che avete scelto me, sono io che vi ho chiamato”(Gv 15,16); “Questo è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,17).

Quanta forza risuona nel messaggio di Paolo, quando ricorda com’è stato scelto e come, nel suo ministero di apostolo, ha potuto constatare che “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28).

Allora, la domanda che sorge spontanea è molto semplice: chi è, in fondo, colui che si consacra?

Quante volte, nella nostra vita, dovremo riconoscere che siamo andati avanti perché il Signore non si è tirato indietro? Quante volte ci accorgeremo che non sono le nostre qualità, i nostri meriti o le nostre virtù ad averci reso meritevoli del dono della scelta che il Signore ha fatto con noi?

Abbiamo una grande responsabilità di custodire e far crescere la grazia ricevuta dal giorno in cui abbiamo risposto di sì al Signore. Ci ricorderemo sempre che Dio chiama e non cambia parere col passare del tempo? A quale fedeltà ci sfida?

 

La testimonianza di san Daniele Comboni

“Avendo un estremo bisogno dell’aiuto del Sacro Cuore di Gesù, Sovrano dell’Africa Centrale e che è egli stesso la gioia, la speranza, la fortuna e il tutto dei suoi poveri Missionari, mi indirizzo a lei, amico, apostolo e fedele servitore di questo Cuore divino così pieno di carità per le anime, le più sfortunate e abbandonate della terra.

Oh, come sono felice di trascorrere una mezz’ora con lei, per raccomandare e confidare al Sacro Cuore gli interessi più preziosi della mia laboriosa e difficile missione, alla quale ho votato tutta la mia anima, il mio corpo, il mio sangue e la mia vita!” (Scritti 5255-56).

La consacrazione del comboniano, per essere vera e fonte di felicità, cercherà sempre di rispondere a questa chiara convinzione di Comboni, dovrà essere cioè consacrazione che nasce dall’esperienza dell’amore che sgorga dal Cuore di Gesù. Il Cuore di Dio che ha amato tanto l’umanità e che non ha avuto dubbi nel consegnarle suo figlio, l’unico, per amore.

È da questo amore che trae origine e si sostiene la nostra consacrazione. È e sarà sempre da questo Cuore aperto che potremo ricevere la luce e la forza per vivere soltanto per Dio e per la sua opera. È dal Cuore di Gesù che dovremo imparare come si diventa uomini di Dio, che trovano la loro gioia nel servire la missione con un cuore indiviso.

Sarà sempre il Cuore di Gesù che ci aiuterà a guardare al futuro senza cadere nello scoraggiamento, nella tristezza o nella delusione, perché dal Cuore di Dio nascono sempre cose nuove per il bene di tutti quelli che si aprono all’amore.

Come Comboni, dovremo imparare a non spaventarci di fronte alle difficoltà della missione che siamo chiamati a vivere. Sarà sempre un’opera laboriosa e difficile, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta della missione di Dio e non della nostra. È la missione del Signore, nella quale noi siamo chiamati a diventare semplici collaboratori, mediazioni del suo amore.

Come il nostro santo fondatore, anche noi siamo invitati, chiamati a vivere fino in fondo il dono della vocazione missionaria accettando di consacrare tutta la nostra anima, diventando uomini di fede profonda, accettando con gioia di dare testimonianza attraverso la nostra povertà, la nostra castità e la nostra obbedienza, e cercando sempre di creare ambienti di profonda fraternità.

Anche per noi, la grande sfida della consacrazione sarà la disponibilità a vivere sacrificando tutto per gli altri, per quelli che incontreremo nella missione. Questo vuol dire anche accettazione del martirio, che ci chiederà di fecondare il cuore dei nostri fratelli con la nostra vita consegnata nel quotidiano dell’esistenza, nel servizio umile e nascosto, nell’accettazione gioiosa della rinuncia di noi stessi per permettere a Dio di manifestare il suo amore.

Solo educati a questa scuola di amore che è il Cuore di Gesù, saremo capaci di vivere in tutta libertà la scelta per i più poveri e di dare un volto all’amore di Dio, attraverso la costruzione di un mondo più giusto, più solidale, più rispettoso e capace di generare quella felicità che tutti portiamo nel cuore come l’unico vero anelito della nostra vita.

Chiediamo la grazia di diventare dei consacrati gioiosi e felici perché portatori nel cuore del tesoro di quell’amore che sgorga dal Cuore trafitto del Signore che san Daniele Comboni scoprì come fondamento su cui costruire la sua missione e al quale si affidò senza mettere limiti.

La fiducia nel Cuore di Gesù diventi anche per noi sorgente perenne di un amore che ci aiuti a vivere la nostra consacrazione come il dono più bello che ci sia stato concesso.

Buona festa del Sacro Cuore.
P. Enrique Sánchez G. mccj
Superiore Generale

“Non mi dimenticare mai”

Commentario a Mc 14, 12-16,22-26: Solennità del Corpus Domini, 7 giugno

La festa del Corpo del Signore si celebra in alcune parti il giovedì, ma in altre parti la domenica. L’importante comunque è approfittare dell’occasione per prendere coscienza di quello che celebriamo. Dopo aver letto il racconto di Marco che la liturgia ci offre oggi, condivido con voi alcune riflessioni:

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  • Ricordare una persona amata

Penso che capiti anche a voi. Man mano che cresciamo in età facciamo collezione di ricordi delle persone che amiamo. Questi ricordi si fanno “materiali” (corpo) a volte in una foto e a volte in altri oggetti particolarmente significativi, che rappresentano molto di più di quello che è in se stessi; sono oggetti che ogni volta che li vediamo rinnovano in noi il legame con le persone care che non ci sono più fisicamente tra noi. Io, per esempio, conservo come qualcosa di molto prezioso un berretto di mio padre; vederlo o metterlo sulla mia testa mi fa sentire unito a lui, mi fa rinnovare la storia d’amore della mia famiglia. Posso trovare nel mercato altri berretti, anche migliori, ma solo quello mi fa sentire speciale, come una persona in comunione permanente con mio padre e con le sorgenti della mia vita.

Qualcosa di simile ha capitato ai discepoli, dopo quell’ultima cena, in cui Gesù, prima di confrontare con coraggio la morte, mangiò la cena di Pasqua con i suoi, spezzò il pane (immagine reale del suo proprio corpo), passò la coppa di vino (immagine del proprio sangue) e disse parole che suonano più o meno così: “Non dimenticarmi mai, rimanete uniti, amatevi tra di voi, continuate l’opera del Regno. Io sono sempre con voi”. I discepoli presero a cuore quelli gesti e quelle parole, come un testamento d’amore, e fino ai nostri giorni hanno conservato la memoria di quest’ultima cena come un tesoro sacro.  Anche noi siamo parte di questa catena di fedeltà a Gesù nella celebrazione del memoriale del suo corpo e del suo sangue.

Non so perché l’Eucarestia  è diventata per molti come un “pesante obbligo”, una “cosa da preti”, un rito magico o tante altre cose. L’Eucaristia è entrare in comunione con L’Amico e Maestro Gesù e, in Lui, con il mistero di Dio, godere della sua presenza, rinnovare la certezza del suo amore che ci nutre e ci spinge al’amore e al servizio, specialmente verso i più bisognosi.

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  • Il meglio deve ancora arrivare

La cena di Gesù s’inserisce in una tradizione di secoli del popolo d’Israele. Per gli ebrei era chiaro che nella sua storia era intervenuto Dio in modo molto tangibile: nella liberazione dalla schiavitù, nei difficili anni del deserto, nella superazione de tante opposizioni, nel ritorno dell’esilio… Tutto questo era celebrato -lo è ancora- ogni anno nella festa di Pasqua, come una festa della memoria, ma anche della speranza. Se Dio è stato grande con noi nel passato, lo sarà anche oggi e nel futuro.

Con questo stesso senso celebriamo noi l’Eucaristia: celebrando la memoria di Gesù, affermiamo la nostra speranza (nonostante i nostri limiti, fallimenti e peccati) e il nostro impegno per un futuro sempre più consono con il messaggio di Gesù: nella nostra vita personale, nella comunità, nel mondo. In certo senso, il meglio deve ancora arrivare. Il nostro futuro sarà meglio del nostro passato.

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  • La stanza del piano superiore

Per celebrare la Pasqua, Gesù ha chiesto ai suoi di cercare una stanza, un “cenacolo”… Mi sembra ricordare come Giuseppe cercava un luogo perché Maria partorisse il Salvatore. Sembra che Dio per “nascere”, per farsi “pane e vino” ha bisogno di uno spazio umano che lo accolga. Infatti, resulta difficile che una comunità possa radunarsi senza un luogo dove incontrarsi, un “cenacolo” (sotto un albero, in un salone, in una casa di famiglia, in una chiesetta di villaggio, una cattedrale…). Ma, più che un luogo “geografico”, Dio ha bisogno di una vita, un cuore, una persona, una comunità aperta, una famiglia, un popolo. Soltanto coì può ripetersi il miracolo della sua presenza tra noi.

Sono io questa persona aperta, dove Dio può arrivare per rinnovare la sua Alleanza con me?

P. Antonio Villarino

Roma

La montagna e il nome di Dio

Commentario a Mt 28, 16-20. Solennità della Santissima Trinità, 31 di maggio 2015

 Questa domenica dedicata alla Santissima Trinità è, in qualche modo, il punto algido dell’anno liturgico. Al discepolo missionario, che cerca d’identificarsi con Gesù Cristo, è offerta, nell’adorazione e nella contemplazione, un’approssimazione al mistero di Dio, realtà che lui è più intima della propria intimità (Secondo Santo Agostino) e, allo steso tempo, lo supera in tutte le dimensioni. La Chiesa ci fa leggere oggi gli ultimi versetti del vangelo di Matteo, nei quali, quasi per caso, sono nominati il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Vi propongo do meditare brevemente su alcuni concetti che troviamo in questi ultimi versetti di Matteo:

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  • Salire sulla montagna

Gesù trova i suoi discepoli su una montagna di Galilea. Sembra un’annotazione geografica senza maggiore importanza, ma no credo che così sia.  Tutti noi siamo in qualche senso segnati dalla geografia. Al meno io posso dire che alcune montagne hanno lasciato un chiaro segno nella mia vita personale. Penso, per esempio, ai maestosi pichi del Sinai, che mi hanno aiutato a capire come Mosè ed Elia hanno potuto esperimentare l’ineffabile presenza del Dio  (Es 19, 20; 1Re 19,8); penso anche all’imponente Machu Pichu (Peru), dove ho avuto l’impressione di trovarmi al centro della Terra e di entrare in comunione con gli antichi peruviani… Di fatto, per molte religioni e culture, la montagna è il luogo della manifestazione di Dio (teofania). E si può capire, poiché la montagna mi aiuta ad andare oltre a me stesso, uscire dalla routine e la superficialità, cercare il più alto livello di coscienza personale… Ed è precisamente qui, nel più alto livello della mia coscienza, che Dio si manifesta, con una presenza che difficilmente può essere espressa in parole, ma che uno percepisce come molto reale e autentica.

Gesù, da parte sua, andava continuamente sulla montagna, solo o con i discepoli, attingendo, in quanto figlio di Maria, il più alto livello di coscienza e comunione con l’Amore Infinito; e tal esperienza è diventata uno straordinario dono per noi, suoi discepoli e fratelli. Nella sua sequela, anche noi abbiamo bisogno di salire continuamente sulla “montagna” della nostra coscienza, con l’aiuto di un “luogo” che ci inviti a superare la routine, il rumore e la superficialità.

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  • Adorazione e dubbio

Davanti a un Gesù che si manifesta nella “montagna”, nella quale s’identifica come Figlio con Dio, i discepoli esperimentano un doppio movimento di adorazione e di dubbio. Da una parte, sentono il bisogno di prostrarsi e riconoscere questa presenza della Divinità nel Maestro e Amico, perché soltanto nell’adorazione noi possiamo avvicinarci al mistero di Dio; le parole non servono e a volte quasi sembrano diventare una “blasfemia”, nel senso che nessuna parola può contenere questa realtà che uno appena riesce a intravedere dalla profondità della coscienza. Per questo, assieme a un senso di gioia e adorazione, i discepoli esperimentano anche lo sconcerto e il dubbio: sono consci che per loro non è possibile attingere a Dio e che tutte le nostre parole e concetti al rispetto sono limitati e, in un certo senso, anche falsi. Tutti i nostri concetti su Dio sono inadeguati e devono essere costantemente corretti, con l’aiuto del dubbio che ci obbliga a non “sederci” e accontentarci con quello già acquisito e apparentemente capito, per andare sempre oltre. Dio ci aspetta sempre più avanti sulla strada della vita e dalla storia.

  • Il nome di Dio

I popoli, le culture e le religioni cercano “a tastoni”, il mistero di Dio, imponendogli diversi nomi secondo le proprie esperienze culturali. Israele, da parte sua, ha sempre preferito rinunciare a imporre un nome a Dio, perché ha capito che Lui è l’innominabile. Quando uno da un nome a una cosa, in qualche modo, ne prende possesso e la manipola. Ma Dio non può essere oggetto di possessione né manipolato. Di fatto, neanche Gesù da un nome a Dio. Quello che Gesù fa è parlare di Dio come Padre, della sua identificazione con Lui come Figlio e dello Spirito che condividono; e manda i discepoli a battezzare “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Quando battezziamo, in sintonia con questo mandato, non stiamo imponendo un nome a Dio, ma, nel suo nome, siamo consacrati per diventare parte di questa “famiglia” divina. Noi – e tutta l’umanità- siamo chiamati a entrare in comunione con il mistero divino, fatto di relazioni e di amore.

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  • Dio-Comunione

Le religioni più importanti sono arrivate al concetto di un Dio unico, il che è un passo rilevante nella storia dell’umanità. Ma Gesù, a partire de dalla “montagna” della sua coscienza, ci insegna che Dio, essendo unico, non è “monolitico” ma plurale; non è “solitario” ma comunitario. Allo stesso modo, noi, creati a immagine di Dio, siamo fatti per vivere in comunione. Nessuno di noi è completo in se stesso, ma ha bisogno degli altri per realizzare l’immagine di Dio Padre-Figlio-Spirito. Quando uno nega un membro della comunità, nega Dio. Adorare Dio è accoglierlo nel santuario della propria coscienza e nella realtà concreta di ogni essere umano, nella sua meravigliosa singolarità e diversità.

P. Antonio Villarino

Roma