Laici Missionari Comboniani

Esperienza missionaria estiva a Carapira (Mozambico)

Luca Carapira

Mi chiamo Luca, ho 24 anni e, un paio di mesi fa, ho avuto la fortuna di vivere un’intensa esperienza di missione in Mozambico, più precisamente a Carapira, dove, grazie all’accoglienza dei padri e delle laiche missionarie comboniane, ho avuto l’opportunità di incontrare e conoscere il popolo Macua.

Sono partito per questa esperienza il 18 agosto, insieme a Ilaria e Federica, due missionarie che da quasi due anni dedicano il loro servizio a quella che ormai è diventata la loro casa: Carapira. Ho avuto la fortuna di incontrarle e conoscerle due anni fa a Modica, in Sicilia, poco prima della loro partenza.

Quell’incontro mi colpì profondamente e, fin da subito, iniziò a maturare in me il desiderio di raggiungerle in terra di missione, sicuramente per mettermi al servizio, ma soprattutto per incontrare, conoscere e lasciarmi attraversare dalla bellezza e dall’umanità che caratterizzano questi luoghi. Così, quest’estate, Federica e Ilaria, dopo un breve periodo trascorso in Italia, accolsero con gioia ed entusiasmo la mia richiesta di poterle seguire.

Ed ecco che, dopo un viaggio aereo caratterizzato da mille peripezie, tra voli persi e cancellati, arrivammo finalmente in Mozambico, a Carapira.

Fin da subito rimasi profondamente colpito dall’accoglienza della comunità locale. Dopo essermi presentato durante la prima messa a cui presi parte, incespicando con il mio portoghese, per tutti diventai “Mano Lucas”, ossia “fratello Luca”. Ben presto anch’io iniziai a chiamare “mano” e “mana” chiunque incontrassi; addirittura imparai a chiamare “mamà” e “papà” le persone più grandi di me, entrando così in una dimensione di familiarità e di comunità, forse mai sperimentata prima, che mi faceva sentire accolto e mi faceva stare bene.

L’incredibile accoglienza che ricevetti mi fece sentire a mio agio fin dal primo momento e mi aiutò molto anche a inserirmi, pur restando sempre in punta di piedi, nella quotidianità e nella realtà di Carapira. Le prime settimane le dedicai soprattutto all’osservazione, alla conoscenza e al tentativo di comprendere meglio il contesto in cui mi trovavo, per capire come poter offrire il mio contributo nel poco tempo che avevo a disposizione. Ben presto mi resi conto che, per riuscirci, dovevo smettere di pensare soltanto con la mia testa e imparare invece ad aprire il cuore, affidandomi all’amore di Dio.

Fu così che, una mattina, mentre mi stavo ancora riprendendo da due giorni di febbre, vennero a trovarmi alcuni bambini del bairo (villaggio). Avevano saputo che non stavo molto bene e, senza esitazione, erano corsi a portarmi un po’ di allegria e a tirarmi su di morale. Oltre a farmi compagnia, furono proprio loro ad affidarmi quella che poi sarebbe diventata la mia missione: mi chiesero di aiutarli a studiare matematica.

Purtroppo, a Carapira molti bambini fanno fatica a imparare realmente qualcosa a scuola. E come biasimarli? Ci sono tutti i presupposti per rendere questo percorso estremamente difficile: solo tre ore di lezione al giorno, classi di circa novanta bambini con un solo insegnante, aule troppo piccole, assenza di banchi e sedie, caldo soffocante e, in alcuni casi, la mancanza persino di penna e quaderno. Il risultato è che molti restano indietro, arrivando a non saper fare semplici addizioni o addirittura a essere analfabeti, nonostante frequentino la scuola da anni.

Eppure, la voglia di uscire da questa situazione e il desiderio di imparare sono grandi.

Non appena mi fui ripreso del tutto, iniziammo questa avventura. Gli strumenti a disposizione erano pochi — qualche foglio e alcune penne — e gli spazi erano quelli che erano. Così cominciammo a incontrarci nei pressi della grande chiesa di Carapira, sedendoci per terra e usando i muri della stessa come schienale. Ci sistemavamo dove c’era ombra: la mattina da un lato, il pomeriggio dall’altro, spostandoci di ora in ora per sfuggire ai raggi diretti del sole.

In un batter d’occhio la voce si sparse e furono in molti che preferirono “abbandonare” per qualche ora della giornata il pallone, per venire a studiare un po’ di matematica in compagnia.

Come dico sempre, non per modestia ma perché è la verità, ciò che questi bambini sono riusciti a insegnare a me nelle giornate trascorse insieme è stato molto più di quello che io sono riuscito a insegnare a loro. Poterli osservare, conoscere, essere loro amico — o, come direbbero loro, “fratello” — è stata una grande fortuna, che conserverò sempre nel cuore e che mi ha profondamente arricchito. L’incontro con la diversità porta sempre a nuove scoperte che nutrono lo spirito; porta a prendere consapevolezza di aspetti di sé che altrimenti difficilmente emergerebbero e, soprattutto, aiuta a comprendere che, nonostante le mille differenze, in fondo siamo tutti molto più simili di quanto si pensi. Solo quando si arriva a questa consapevolezza diventa davvero possibile parlare di “fraternità globale”. Se solo riuscisse a comprenderlo chi governa questo mondo folle…

Tornando alla mia esperienza, potrei raccontare moltissimi altri momenti significativi vissuti in quei due mesi: dalla bellezza della vita comunitaria sperimentata con i missionari comboniani, a cui sarò sempre grato, all’intensità della fede gioiosa e autentica del popolo mozambicano, fino ai tanti incontri nelle piccole comunità sparse nella natura e molto altro ancora.

Ma non mi dilungherò oltre, anche perché per raccontare tutto questo avrei bisogno di pagine e pagine.

Tuttavia, in chiusura, ci tengo a condividere una riflessione che, durante i giorni trascorsi in Mozambico, ho maturato innanzitutto nei confronti di me stesso e, forse, più in generale, della “tribù bianca”, come la definisce padre Alex Zanotelli.

Questa riflessione è nata nel momento in cui, dopo pochissimo tempo dall’inizio della missione, ho iniziato ad accorgermi che chi stava ricevendo maggiormente aiuto ero proprio io. Paradossalmente, colui che più di tutti veniva aiutato era proprio chi era partito per aiutare e che forse, peccando un po’ di presunzione, non si sentiva nemmeno così tanto bisognoso. Questa scoperta fece crollare molte delle mie convinzioni e, senza dubbio, mi permise di ripartire con uno spirito nuovo. Era lo spirito di chi, consapevole dei propri limiti, desidera ricevere aiuto, desidera sentirsi accolto e toccato dall’amore di Dio, per poterlo custodire e poi ridonare, in una forma nuova, a chi lo circonda. D’altronde, è solo dopo essere stati aiutati che, seguendo l’esempio, possiamo aiutare gli altri, restituendo l’amore ricevuto e creando una spirale di bene che si autoalimenta.

Credo, quindi, che il riconoscersi “bisognosi”, nonostante tutti i nostri agi e tutto ciò che possediamo, sia la strada per riuscire ad accogliere davvero l’amore di Dio e il primo passo da compiere, per mettersi davvero al servizio degli altri.

Ecco allora ciò che più mi ha insegnato la missione e, di conseguenza, l’augurio che faccio a chiunque leggerà questo articolo: provare ad abbandonare le proprie presunzioni e imparare a riconoscersi come bisognosi, per riuscire davvero a incontrare l’Altro, che è Dio.

Luca

Le posadas, una tradizione messicana

Posadas Mexico

Nella mia esperienza di messicana, ci sono molte tradizioni in questo Paese, alcune delle quali risalgono a molto tempo fa ed sono ormai un’usanza che si tramanda di generazione in generazione, come le posadas, che vanno oltre la semplice partecipazione per i dolci che ci vengono regalati alla fine di ciascuna di esse, ma ricordano il percorso che Giuseppe e Maria hanno dovuto compiere per trovare un luogo dove far nascere Gesù, poiché non trovando una posada, come venivano chiamate allora, che oggi sarebbe come una stanza d’albergo, ciò che poterono offrire loro fu una stalla e loro la accettarono con grande amore.

Questa tradizione delle posadas viene organizzata e cantata in diverse parti del paese, ogni luogo con le sue usanze, ma con quel tocco speciale di ciò che realmente si commemora e si significa.

Nella mia famiglia le organizziamo così: 9 dei membri prendono una posada al giorno e a lui o lei spetta dare dei regali o qualche aperitivo come una bevanda calda, meglio conosciuta come ponche, se si ha la possibilità di comprarla, poiché, dato che fa freddo, questo è uno dei segni che ci ricorda che il Natale si avvicina. Si recita il rosario e alla fine di ogni mistero si cantano dei versi, mentre si cammina con i pellegrini.

Esempio:

  • Camminate volentieri, cari angeli del cielo, coprite le strade.
  • La neve bianca che ha consumato i gigli li rende di colore nevoso.
  • Tra quelle montagne va l’onnipotenza e anche i leopardi le rendono omaggio.
  • Tra quelle montagne cammina Maria con il suo amato sposo, di notte e di giorno.
  • Ecc.

Dopo diversi versi si arriva a una casa per chiedere ospitalità, così si fa in tre momenti durante il rosario fino alla fine, dopo aver fatto le tre richieste si canta l’ingresso dei pellegrini nella casa dove alloggeranno quel giorno, quando tocca a quella famiglia offrire ospitalità, il giorno dopo si parte per andare alla casa successiva e così via per 9 giorni.

Anche se siamo nello stesso paese, ogni stato, diocesi, parrocchia, quartiere e famiglia ha un modo diverso di organizzare e realizzare questa tradizione, lo stesso vale per i canti, la melodia e il ritmo.

Qui a Metlatonoc, dove mi trovo in missione, l’organizzazione è molto diversa, secondo le loro usanze. È stata un’esperienza molto piacevole perché ho imparato molto dalle persone osservandole. Gli organizzatori delle posadas qui sono i maggiordomi, solo loro spostano le immagini, decidono quali bambini le porteranno e suonano la campana mentre spostano le immagini. Una cosa curiosa che ho notato qui è che i pellegrini sono vestiti come loro, con il costume tipico della regione.

Il cantore recita una parte del rosario prima di uscire con i pellegrini quando inizia la litania, ed è allora che si comincia a camminare cantando in latino e rispondendo allo stesso modo. Quando si arriva alla casa dove si chiederà ospitalità, smette di cantare la litania. I gruppi delle corse Guadalupana e Juquila sono quelli che leggono le letture e cantano il pedimento, sia i versi esterni che quelli interni, e si dividono per farlo. In queste posadas portano una banda, regalano fischietti a tutti, fanno molto rumore e lanciano petardi. Quando arrivano alla casa dove alloggeranno i pellegrini, la si riconosce perché è molto decorata e c’è il portale che hanno preparato.

Il cantore finisce di recitare il rosario lì, i gruppi già menzionati si riuniscono e cantano alcuni canti natalizi, poi continua la convivialità di tutta la comunità parrocchiale. La loro usanza è quella di offrire pozole e caffè, la banda suona e la gente si anima e balla. Più o meno finiscono tutto tra le 11 e le 12 di notte. I gruppi delle corse sono tre, due Guadalupanas e quello di Juquila, che si dividono i giorni in cui dovranno cantare e partecipare.

È stato vivere queste date in modo diverso, non essendo in famiglia. Come mi hanno detto i miei fratelli, ora vivrai con altre persone e quando verrai in vacanza sarà il momento di stare con noi. È questo che mi spinge ad andare avanti, la preghiera e l’incoraggiamento che mi danno tutta la mia famiglia, i miei amici e i miei conoscenti. Sto cercando di occuparmi delle cose di Dio, perché so che Lui si sta occupando delle mie, che qui sulla terra sono principalmente io e la mia famiglia.

Mariana, LMC a Metlatonoc (Messico).